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11 mar 2007 - Corriere della Sera | Ermanno Paccagnini

L’insospettabile follia del biografo solitario

Vita e morte di Ludovico Lauter | Alessandro De Roma


Un esordio sorprendente, quello di Alessandro De Roma (classe 1970). Con un romanzo, Vita e morte di Ludovico Lauter, per di più corposo, articolato, dalle diverse facce: che son quelle del protagonista uno, bino, e addirittura trino, un “misterioso scrittore” dalla personalità schizofrenica la cui dimensione tridimensionale emerge gradualmente, sino a sconcertare il lettore nel passaggio alla parte seconda. Salvo ricredersi nella terza, che sottolinea la capacità di De Roma di padroneggiare saldamente una vicenda all’insegna d’una lucidissima follia. Un procedere per gradi: veloce nelle 272 pagine della Parte prima, che vede un insignificante scrittore isolarsi nell’aprile 2005 in un casolare sulla scogliera sarda per stendere la “vera vita di Ludovico Lauter”: “il più grande scrittore di tutti i tempi”, con milioni di copie di romanzi d’intrigante ambientazione vendute in tutto il mondo, trasposizioni filmiche, invenzioni di crudeli reality-show, e a un certo punto svanito nel nulla, salvo che per il biografo (almeno a suo dire).

E ne viene un saggio di biografia davvero esemplare da parte di De Roma; specie nel distrarti dall’idea (al tempo stesso vera e falsa) che sia Lauter stesso a scrivere di sé: con precisione di dati e date, appropriate aperture su vari familiari e amici ricostruiti nelle singole biografie, ambienti, situazioni editoriali e televisive, le stesse sue opere date con trame da romanzi nel romanzo; insieme a finestrelle sul presente nei capitoli (La casa sulla scogliera), ove compare Roberta, sua affittuaria innamorata dell’australiano Matt, bloccata in Sardegna dall’affetto per la madre malata di cancro.

Una biografia mirabile: sì da irritarti quando la Parte seconda (pagine 275-310) rimette tutto in gioco, col biografo che, proponendosi ora con volto da “giustiziere”, di Lauter (che d’ora in poi sarà solo “LL”) narra il lato oscuro, falso e falsificante, cinico e crudele, avvalendosi della tecnica da “racconti nel racconto” con ben altre verità. A irritarti in particolare è il ricorso a topoi narrativi usuali e persino abusati (che non dico per non far dispetto al lettore, specie considerando i continui piazzamenti: sin dal titolo del libro); anche se subito dopo nella Parte terza (pagine 311-340), affidata a sei romantiche lettere, la testimone curiosa Roberta narra al suo Matt le molte cose che non quadrano nel solitario biografo, così tornando a riequilibrare il tutto e a rileggere la seconda parte in diversa prospettiva: d’una lucida follia che sta ormai debordando.

E non aggiungo altro. Se non che davvero il romanzo “finisce solo alla fine”. Di più: alla fine ricomincia, portandoti a ripensare daccapo al folle incrocio tra i misteri di Lauter e del biografo. Segno, questo, dell’abilità di De Roma nel ricostruire le singole figure talora sino alla brutalità (salvo che nella vicenda omosessuale nella Parigi occupata dai nazisti e nel riferimento a Siggy di pagina 299), potendo riconoscere in certe loro estremizzazioni un racconto conseguente all’ormai folle sguardo del biografo. Il tutto dato con scrittura solida e colta; e un senso del ritmo che sa compenetrarsi nelle diverse volute e registri d’un romanzo accattivante, per certi aspetti tenero, crudele per altri.



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