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28 ago 2007 - Gazzetta di Parma | Alberto Sebastiani

«Sotto il segno della finzione»

Vita e morte di Ludovico Lauter | Alessandro De Roma


Non c'è bisogno di conoscere gli scritti di Maurice Blanchot sullo spazio letterario per apprezzare il romanzo d’esordio di Alessandro De Roma, Vita e morte di Ludovico Lauter (ed. Il Maestrale). Eppure aiuterebbe, anche se il romanzo esplica in più passaggi la questione. Una questione spinosa, sul rapporto tra immaginario e mondo, in cui la finzione letteraria ha ovviamente un ruolo. Non bisogna però pensare che Vita e morte di Ludovico Lauter sia un saggio mascherato. In realtà si muove in più territori: biografia, saggio, romanzo, tra aforismi e riflessioni, citazioni più o meno esplicite, incursioni corsare nella tradizione letteraria, europea soprattutto, ma non solo. Il tutto sotto il segno della finzione.

Ludovico Lauter è il più grande genio letterario di tutti i tempi. Cagliaritano, figlio del «tedesco triste» Hermann Lauter e della sarda Giulia, cresciuto a Roma, studente a Bologna (ma il periodo è poco noto), mantenuto da un’amante a Milano, espatriato e sposato a New York, infine scomparso. Impossibile non averne sentito parlare. Autore di romanzi di incredibile valore, fautori di scene di isterismo collettivo.

Ne ricostruisce storia, vita e opere, il protagonista del libro di De Roma, un insegnante fan dello scrittore, che si isola nella solitudine di una villetta sulla scogliera in Sardegna per diversi mesi. Un disperato, tutto sommato. Un folle, per lo sguardo di alcuni. Ed è proprio su giochi di specchi nati dall’intreccio di sguardi, documenti reperiti dallo studioso, personalità e prospettive diverse dei personaggi che appaiono nel romanzo, che si snoda la storia, che va ben oltre una sorta di «dialogo» tra la voce narrante e il suo idolo. La ricerca è disvelamento di segreti, o forse creazione di un mondo altro da quello considerato reale, magari desiderato, potenzialmente finzione, menzogna, o - perché no? - verità. La vera verità, quella espressa da un coro non di massa, all’unisono, ma disomogeneo, caotico, in cui è difficile orientarsi. Come nella proverbiale sala degli specchi al parco giochi, dove specchi deformanti mostrano immagini nuove del soggetto, che si vede altro da ciò che è, e magari appare come desidererebbe essere.



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