recensioni
«Sotto il segno della finzione»
Ludovico Lauter è il più grande genio letterario di tutti i tempi. Cagliaritano, figlio del «tedesco triste» Hermann Lauter e della sarda Giulia, cresciuto a Roma, studente a Bologna (ma il periodo è poco noto), mantenuto da un’amante a Milano, espatriato e sposato a New York, infine scomparso. Impossibile non averne sentito parlare. Autore di romanzi di incredibile valore, fautori di scene di isterismo collettivo.
Ne ricostruisce storia, vita e opere, il protagonista del libro di De Roma, un insegnante fan dello scrittore, che si isola nella solitudine di una villetta sulla scogliera in Sardegna per diversi mesi. Un disperato, tutto sommato. Un folle, per lo sguardo di alcuni. Ed è proprio su giochi di specchi nati dall’intreccio di sguardi, documenti reperiti dallo studioso, personalità e prospettive diverse dei personaggi che appaiono nel romanzo, che si snoda la storia, che va ben oltre una sorta di «dialogo» tra la voce narrante e il suo idolo. La ricerca è disvelamento di segreti, o forse creazione di un mondo altro da quello considerato reale, magari desiderato, potenzialmente finzione, menzogna, o - perché no? - verità. La vera verità, quella espressa da un coro non di massa, all’unisono, ma disomogeneo, caotico, in cui è difficile orientarsi. Come nella proverbiale sala degli specchi al parco giochi, dove specchi deformanti mostrano immagini nuove del soggetto, che si vede altro da ciò che è, e magari appare come desidererebbe essere.
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