recensioni


3 lug 2003

Come fare (male) il giornalista e avere successo



Il cinismo è la regola del cronista d'assalto protagonista del corrosivo romanzo di Francesco Abate. Ma qualche vola la verità è più forte della deformazione professionale.

Si chiama Rodolfo Saporito, Rudy per gli amici, e nasce 31 anni fa in una famiglia di ricchi avvocati. Così ricchi, da potersi offrire come regalo di Natale gioielli di Bulgari, dopo che i domestici hanno disposto sui piatti i cibi, in geometrie che nulla hanno da invidiare alle perfette strisce di cocaina disegnate dal rampollo sulla carta di credito. Negli anni del liceo si fidanza con la reginetta della scuola, ma è sorpreso nel bagno con la figlia della bidella, la quale resta incinta. Raschiamento pagato dalla famiglia del giovanotto, et voila, tutto risolto. Superato l'esame di maturità grazie alle disinvolte pressioni del padre, di studiare giurisprudenza non se ne parla nemmeno: meglio votarsi alla cronaca nera, in un giornale locale.

Il Cattivo Cronista (Il Maestrale, pagg. 213, euro 10) l'ha scritto Francesco Abate, giornalista professionista vincitore nel 1998 del Premio Solinas per il miglior soggetto cinematografico. Il protagonista del romanzo, l'unico tra i suoi colleghi a possedere un fuoristrada, non paga il conto nei locali notturni dove si ubriaca di mirto: basta un trafiletto sul night e la clientela raddoppia, quindi, riflette il proprietario, meglio viziarlo. Una prostituta è uccisa? Inventa un articolo sul mondo delle puttane: "Gli farò dire che sono preoccupate, che la notte non è più tranquilla, che da tempo girano armate. Scrivo al pilota automatico. Format: cronaca secca più preoccupazione sociale". Quando intervista i parenti dell'assassinato, Rudy spara a zero sull'assassino; quando bisogna blandire i parenti dell'assassino, getta fango sull'assassinato ("Del tipo: se l'era proprio cercata").

Il cattivo cronista ha un amico carissimo, di professione spacciatore, che a volte coadiuva spingendo le ventenni a impasticcarsi. Se poi la ragazza muore, incastra un delinquente qualsiasi, non l'amico, dopodiché butta giù un bel pezzo ad effetto, ruffiano e moralista. Perché Rudy forse non ha mai letto i francofortesi, tuttavia ha capito benissimo che l'industria culturale non produce stimoli, ma modelli per reazioni a stimoli inesistenti. Quindi non scriverà pagine lacrimogene, piuttosto spanderà lui stesso lacrime in articoli di fronte ai quali ognuno si sente in dovere di commuoversi, anche se non se ne vede la ragione: l'equivalente di ciò che in televisione sono gli applausi registrati, o i pelosi singhiozzi della conduttrice. Certo, ogni tanto un anello non tiene: se qualcuno in redazione si distrae, sul giornale compare una foto insolita, il ritrovamento del corpo di un travestito seppellito nella sabbia. Insolita perché intorno al corpo tutti ridono: carabinieri, medico legale e giornalisti. Oppure, inopinatamente, si stampa un titolo a quattro colonne: Arrivano le vacanze, impennata del mercato degli stupefacenti. Il binomio droga=morte è sostituito da quello più diffuso, ma giornalisticamente improponibile, droga=festa. Il caporedattore dorme, l'articolo esce, la verità, per un errore, appare.

In Rudy atti ignobili e deformazioni professionali sono intrecciati così strettamente, che non si a cosa pensare della treccia. Alla fine, a differenza del Werner Totges di Heinrich Boll, sciacallo spedito sottoterra dalla purissima Katharina Blum, si ritrova in un letto d'ospedale, le gambe e le braccia spezzate. Per una storia di corna, mica per altro. Poiché tuttavia il giorno prima ha firmato un elzeviro di denuncia sulle baby gangs, tutti sono tutti sono convinti (per la logica del tanto tuonò che piovve) che si sia trattato di una ritorsione, e che dunque il cattivo cronista sia un eroe, un martire. Chi gli negherà, ormai, una scrivania da vice-direttore?



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