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5 giu 2005 - Domenicale - Il Sole 24ore | Giovanni Pacchiano

La vita scorre sorprendente negli acquitrini

Creaturine | Alberto Capitta


Il trampoliere, «il collo candido, candido il ventre», tiene nel becco un lungo verme, «come un fiotto di sangue», mentre la sua figura si specchia nell’acqua a mezzogiorno. Regione degli stagni, nel nord della Sardegna, agli inizi del Novecento. Osservano attenti il trampoliere un uomo adulto e un ragazzo: uno è Ademaro Grondona, ex maestro di scuola, disgustato del suo mestiere dopo dieci anni di insegnamento, impotente di fronte agli abusi della sorte in una terra in cui malaria, tifo, febbri, scorbuto devastano la popolazione, colpendo specialmente i più piccoli. Altro che insegnare, prevenire e curare ci vorrebbe, in questa terra dimenticata (e così è tornato alla sua vecchia passione per la natura e gli animali, ingaggiato dalla «Società geografica» di Alberto Lamarmora). L’altro, Rosario, è un orfano di dodici anni. Prelevato e preso in affido da Ademaro dalla casa delle suore Vincenziane.

La notte, dopo un’estenuante giornata di osservazione degli uccelli nell’acqua bassa, steso sul suo tavolaccio e cotto dal sole, Rosario guarda, «gli occhi spalancati nella tenebra». Gli «occhi tersi, liquidi e neri, incastonati come due carboni sul viso appena nato cosparso di girandole e di sogni». È già qui, in questa poche pagine iniziali, la cifra del romanzo di Alberto Capitta, Creaturine. L’indifferente bellezza e crudeltà della natura, la sua laboriosa vita estranea alla nostra, la nostra stessa vita straniera a noi stessi. E, insieme al sangue dei più deboli, la fatalità del destino, del nostro destino. Di cui, nei movimenti, quanto casuali, di illuminazione (così quella notte sul tavolaccio), riusciamo a vedere i segni. Anticipando in un attimo, «gli occhi spalancati sulla tenebra», ciò che sarà.

Temi essenziali primari e coinvolgenti, resi tanto più intensi dalla scelta di un mondo appartato e primitivo, difficile e oscuro, come quello della Sardegna di un tempo. Rafforzati dalla scrittura più bella in cui ci siamo imbattuti in questa stagione (anzi, molto oltre): accesamente e ossessivamente metaforica; nel contempo, visionaria. L’esistere attraverso l’accostamento di di immagini-simbolo, imprevedibili, veri e proprio choc linguistici. Così, la malaria che ci pensava lei a «calare il suo cappello di zanzare sulla città»…Nicola, l’inseparabile compagno di sventura di Rosario, in orfanotrofio, che è «di una bellezza di spine che fa sanguinare gli sguardi e voltare gli alberi»…Ademaro che, giunto in treno a Sassari, «guardava di fuori il paesaggio suicidarsi sulle rotaie»…Le nuvole estive che «avevano sparso gocce di narcotico sui tetti»…La bellissima Bianca Pes, «la figlia del cantoniere», e futura moglie di Rosario, che, arrivata col padre in città, in «una giornata di neve vecchia», «fissava il vuoto come l’anima di una dispersa» (l’incontro con Rosario le cambierà la vita, ma ci saranno altre sorprese).

Abbiamo preferito fare solo qualche accenno alla trama, nominandone i personaggi principali, Rosario e Nicola e Bianca e Ademaro. Creaturine è romanzo che il lettore deve scoprire da sé, storia di solitudini e di illusoria bellezza, di amori non per sempre e di abbandoni. Di ritorni imprevisti nel tempo. Saranno da azzardare alcuni antecedenti storici per Capitta: i simbolisti francesi, sopra tutti. Govoni, forse, con le sue lunghe sfilate di immagini; e il grande Bruno Schulz, per la capacità di accumulare oggetti-immagine e, insieme, di caricarli sontuosamente di sovrasensi. ma è doveroso segnalare la commozione di fronte a un libro insolito e al suo febbrile splendore. Lucente e fradicio come gli acquitrini del nord. S’è detto molto, in questi ultimi tempi, del sardo Niffoi e del suo romanzo, La leggenda di Redente Tirìa (Adelphi); ma il lirico Capitta ci pare ben altra cosa.



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