recensioni


13 nov 2011

Come se non fossimo immigrati



L’ultimo libro di Carmine Abate, Terre di andata, è una raccolta di poesie, ma forse, prima ancora, un diario di viaggio. Perché in testi ibridi, spesso al confine tra prosa e versi, l’autore ci riporta al vissuto di migrante, al proprio personale vissuto e a quello di un’intera generazione. Nato nel 1954 a Carfizzi, un paesino di origine albanese in provincia di Crotone, figlio di emigranti, Carmine Abate è vissuto tra il paese natio, la Germania e il Trentino (dove attualmente risiede).

 In Germania ci arriva a sedici anni e da allora, fino a tutto il periodo universitario, lavora ogni estate in fabbrica o nei cantieri stradali con suo padre, che viveva ad Amburgo da quando lui era un bambino. Laureatosi in Lettere, diventa insegnante di Italiano ai figli dei nostri connazionali in diverse città tedesche.

L’autore ha vissuto in prima persona i problemi degli emigrati, dalle difficoltà d’integrazione e di apprendimento di una lingua straniera al razzismo. Poi, con il tempo, è stato in grado di cogliere anche gli aspetti positivi di quell’esperienza: l’arricchimento culturale, il vivere tra due mondi, il contatto tra le culture e il superamento dei pregiudizi. Anche se non è mai venuto meno il motivo della nostalgia. Motivo non a caso centrale in Terre di andata. Dove la tonalità nostalgica ed elegiaca si incarna nella figura di un padre che sogna per il figlio un futuro migliore. Prende le sembianze dei fichi d’India e delle stelle della natìa Calabria. Diventa – “ora che al paese / tu sei un germanese / con il conto in banca / con il mondo in tasca” – il sogno di una vita diversa “come se noi non fossimo emigrati”. Una nostalgia che si sofferma sui sogni giovanili che il tempo avrebbe infranto. Ma c’è, a un certo punto, uno scatto d’orgoglio identitario e politico, che porta a rivendicare la propria storia: “Oh sì, hanno tentato. Di metterci la museruola come ai cani”. Ma non ci sono riusciti.

In una lingua intensa, un italiano vivo interrotto qua e là da termini tedeschi, Abate racconta sogni, speranze, utopie, una vita intensa al confine tra diversi mondi. E, ancora, sempre lei, la nostalgia del migrante: “Aspettavamo l’estate / come impazienti cicale / con le ali spezzate / e l’anima andata a male”.



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