recensioni


1 dic 2011

Antonio Bachis e il cinico-cavia



Carognate, una dopo l’altra. Vittime una studentessa-lavoratrice, un prete, un impiegato in banca, poi una ragazza che si è fatta irretire. Le prime tre carognate il protagonista le porta a termine per lavoro ma con un certo piacere; la quarta è obbligatoria per lo stile di vita di un maestro nell’entrare nel letto delle sconosciute ma ancor più bravo a uscirne. L’inizio del romanzo «Mystery Shopper» (Il maestrale: 190 pagine per 16 euri) di Antonio Bachis potrebbe sconvolgere chi ha il cuore tenero; i più buoni forse neppure sospettano che esista una versione così crudele del «tagliatore di teste» aziendale. Eppure tutto cambia in poche pagine. L’uomo senza nome, cattivo per vocazione e per mestiere, sta per ficcarsi in un lucroso affare che lo riciclerà o forse lo distruggerà. Intanto passa da sperimentatore a cavia. Scorretto rivelare a chi legge di che “affare” esattamente si tratti, anche se il risvolto di copertina si lascia scappare qualcosa: il protagonista «dovrà provare, in anteprima mondiale, la felicità». Tassativo comunque il silenzio sui successivi (due dei quali nelle ultimissime pagine) colpi di scena.

Di certo il romanzo cambia completamente stile. Il protagonista resta una “carogna” – sia pure in crisi – però non siamo più nel crudele mondo reale ma in una sorta di economia e scienza fantastica: dunque impossibili eppure logiche, fuori moda nella loro semplicità e credibili nella conclusione sperimentale (si parla di quell’imprevedibile campo che è la sperimentazione umana nel… marketing). Vendere la felicità, che affare sarebbe.

Se il protagonista assoluto è mister cinismo, si candidano all’Oscar come migliori comprimari in quattro: la sorella del cattivo che ha qualche sassolino nelle scarpe; la fanciulla che fa (ma come?) innamorare il mistery shopper; Olena che «parla poco» e ha perduto anche i sogni; e soprattutto Fyodor che alle ultime righe si mostra per un ambiguo vendicatore, un contrappasso dantesco adattato ai tempi nostri.

Gran romanzo questo di Bachis, originalissimo nella trama e scritto come meglio non si può. Di quelli che «ora stacco il telefono perché voglio vedere come finisce».

A proposito Bachis è uno e trino eppure non esiste. Si tratta di un terzo del collettivo che, sotto il nome di Elias Mandreu, ha pubblicato gli eccellenti «Nero riflesso» e «Dopotutto» ma ora fa il solista, sempre celandosi sotto uno pseudonimo. Visto che il terzetto era composto da un magistrato, un pubblico funzionario e un ingegnere – tutti nuoresi – non dovrebbe essere difficile snidarli tutti ma il recensore in questo caso non è obbligato a sapere. E anzi può cimentarsi in uno dei giochi più antichi del mondo: tirare a indovinare. Di quei tre Bachis è l’ingegnere, tradito dalla frase a pagina 143: «licenziamento è una parola volgare, legata a un passato di rapporti sclerotizzati da una sovra-sindacalizzazione delle risorse umane». Oppure è il magistrato, lo fa capire la riflessione ampollosa quanto priva di senso sullo stress a pagina 173: «reintegrare le dinamiche motivazionali focalizzandole nell’ottica di un riequilibrio». Altrimenti è il pubblico funzionario che a pagina 139 prorompe in: «Non so se Dio esiste ma se esiste è certo che investe sempre meno in marketing». Sono bravo ad azzeccarla vero?



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