recensioni


12 gen 2004

Il Cattivo Cronista tra seduzione, mala e uomini di legge



Troppi romanzi contemporanei sembrano rifarsi a temi dell'attualità più violenta, diligentemente impegnati a riprodurne il linguaggio sino alla parodia. Dopo una primissima fase di curiosità, il lettore se li lascia cadere di mano e aspetta con una certa impazienza che la moda-che li ha imposti sull'onda di certi film commerciali e la complicità degli editori-passi anche più in fretta di quanto sia venuta imponendosi. Tanto più si è grati ed entusiasti quando un romanzo, pur se attento ai temi e al linguaggio particolari di certa cronaca del nostro tempo, risulta invece opera di bella e consapevole maturità, con alle spalle una tradizione letteraria di tutto rispetto. E' affascinante, a questo proposito rintracciare nel tempo il filo che dai Picari spagnoli ai primi romanzieri inglesi e francesi-gli ufficiali, come quelli sino a ieri stampati alla macchia-arriva nella seconda metà del Novecento allo straordinario Henry Miller, sposa le atmosfere di certi film francesi e americani, per sfociare, finalmente libero di censure, in romanzi come questo Il Cattivo cronista di francesco Abate. Abate, è giusto ripeterlo, soltanto in apparenza s'inserisce nella schiera dei narratori nostrani che pedissequamente si rifanno a tanti best seller americani. La sua è una voce particolare e autentica, identificabile sin dalla prima pagina: «Il vecchio voleva che avessi una busta paga blindata». Da quella prima pagina una storia di devianze, raccontata con intonazione ironica, spesso prossima al sarcasmo, si sviluppa implacabile sino al finale che, per essere prevedibile, non colpisce meno di una scarica: «Mi sentivo elettrizzato come un addobbo natalizio, con le lucette in doppia fila che mi partivano dai piedi e mi arrivavano sino alla testa». Il passaggio dall'imperfetto al presente intona tutto il resto di questo brano di chiusura con il ritmo di un metronomo impazzito. Il cronista del titolo, per venire alla storia, è un giovanotto di buona famiglia borghese. Di questa famiglia è, se si vuole, la pecora nera. Non ha abbracciato la carriera del padre (il «vecchio» dell'incipit citato) e passa da una parte all'altra, di seduttore più accanito che convinto, di giornalista eccentrico in un quotidiano minore, di confidente, quasi complice, di esponenti della mala locale, di alleato degli uomini della legge. Il linguaggio è duro, spesso durissimo, ma risulta autentico, e necessario, come la crudeltà di certe scene. Che non sono necessariamente le più brutali. Si pensi, per esempio, al pranzo di Natale in famiglia: rimane in mente come un episodio di un film del miglior Buñuel. E non è un paragone da poco. Vale infine la pena di citare l'espediente, tutto letterario, dei racconti del protagonista nella sua veste di scrittore che si inseriscono a scatola nella narrazione vera e propria: sono trovate come questa a suggerire i pronostici più lusinghieri per la carriera dell'autore.


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