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4 apr 2002 - La Nuova Sardegna | Leandro Muoni

Utopia nel segno della tradizione

Il parroco di Arasolè | Francesco Masala


Il nome di Francesco Masala, come ben sanno coloro che hanno una qualche dimestichezza con la letteratura isolana del nostro secolo (s'intende il secolo appena trascorso e non ancora terminato), è fra quelli che hanno segnato nel bene e nel male un discrimine storico. Non solo cronologicamente, fra il prima e il dopo (schematizzando: fra il prima di certo deleddismo estenuato e ritardatario e il dopo del cosiddetto realismo a sfondo etno-antropologico-sociale), ma anche e soprattutto fra «lui» e gli «altri». Si potrà dunque ammirare oppure detestare la produzione letteraria di questo scrittore, ma sarà difficile non riconoscere la specificità e quasi emblematicità del suo «genio» poetico, il suo porsi come «differenza» in mezzo ai tanti o pochi che gli rassomigliano o tentano di imitarne la maniera. Il fatto è che quando pensiamo alla Sardegna degli ultimi decenni - se lo facciamo con la necessaria volontà di afferrare un simbolo, un volto, un profilo sintetico - non riusciamo davvero a immaginarcela senza le opere di Francesco Masala. Senza la sua figura, senza la sua fisionomia spirituale. Questo lungo preambolo ci viene suggerito dalla rilettura del romanzo «Il dio petrolio», ora nella nuova edizione del Maestrale, col titolo epicorico e antonomastico che contraddistingue il genoma masaliano: «Il parroco di Arasolè» (passando magari attraverso la variante intermedia della traduzione francese: «Le curé de Sarrok»). Un'idea a lungo elaborata si fa strada nel lettore appostato dentro di noi. Che la Sardegna cioè sia stata in forma davvero paradigmatica la «camicia di Nesso» di questo scrittore figlio dell'isola: la sua salvezza e la sua condanna. Dicendo ciò siamo ben consapevoli che una simile espressione riveste significati non necessaria-mente negativi o riduttivi. Giacché se è verosimile, e quasi pacifico, ritenere a proposito dell'esperienza creativa degli autori isolani in genere che la Sardegna si è dimostrata spesso un'autentica «camicia di Nesso» - cioè a dire cenere ardente del risentimento e della mania, elisir e tossico, illusione e tormento -  però è incontrover-tibile che colui il quale avvampava così furiosamente sotto la graticola della veste avvelenata era pur sempre un «Eracle» delle patrie lettere, non una semplice comparsa. La verità è che, in questa sorta di romanzo biblico-teologico dove viene descritta la storia erotica di un prete, di una donna e di un'eclisse, di uno sradicamento e di una psicosi orgasmica, come se si trattasse di un teorema antropologico, Masala rivela appieno la propria indole e la propria stoffa di «eretico». Tuttavia di un eretico non dell’«ignoto», bensì del «noto» e del «notorio». Insomma: di «su connottu». E dunque, così come non troverete in lui le sottili e dotte arti inquisitorie di un cardinal Bellarmino, invano cercherete le libere forme del pensiero critico di un Galileo, rivoluzionario silente ed eloquente, «divin uomo». Nel nostro caso sarà più ragionevole tentare invece qualche similitudine provocatoria, magari semiseria, con un Savonarola agreste: sia pure edulcorato da un estro sentimentale dolce-dolente, ossessionato dall'onanismo più che dai roghi delle vanità . Un Savonarola libertino che per giunta sillogizzi sulle «radici». Il sillogismo essendo la forma logica della fede poetica e religiosa di Masala, della sua psicologia letteraria. In alternativa, potremmo anche immaginarci qualche bizzarra parentela con un certo Sigismondo Arquer, per restare in terra sarda e tra le predilezioni autorali di Masala. La passione predominante di questo «luterano» dell'etnia (stiamo parlando di Masala) chiamatela allora sospettosità del conservatore, anticonformismo del costume avito: la passione del «bastian contrario» della tradizione. Per la libertà di un motto sarcastico (o sardonico) sarebbe disposto a far parte per se stesso, risoluto a rompere uno schieramento di cui fosse pure l'ispiratore e il referente. Ciò non di meno le sue «sardomanie» e «sardofilie» sono ripetute fino all'inverosimile con monotonia, con pervicacia manichea, oltranzismo populista e integralista. Spesso non si può evitare un senso di sazietà e replezione avvicinandosi alla sua mensa imbandita. «Il parroco di Arasolè» ne è un indice emblematico. Il titolo del libro solo in apparenza può suscitare la suggestione o il richiamo, in realtà del tutto improbabili, del «Diario di un curato di campagna» di bernanosiana memoria. Anche se nel don Adamo masaliano, rettore dell'antica parrocchia contadina di Arasolè sbalestrato nell'inferno della parrocchia industriale di Sarrok, sono presenti elementi, motivi e circostanze emblematiche che sotto ben altra forma e significato sono affrontati nel capolavoro del celebre scrittore francese: come il calvario della carne e lo sgomento della mente, lo sradica-mento e lo spirito d'infanzia, il materialismo della civiltà moderna. Intendiamoci: qui il peccato e la grazia non c'entrano. In realtà il romanzo di Masala è di tragicità carnevalesca, non metafisica. Resta ciò nonostante il sapore di una suggestione curiosamente mancata. Il «diario» del curato masaliano è il prototipo terminale, il reperto testimoniale dell' homo sardous, caduto nella trappola della «civilizzazione» macchinistica, che è negazione della «comunità» agraria e originaria, dell'utopico «villaggio universale». L'opera si esplicita come un racconto «a tesi», caratteristica della produzione di Masala, sia in prosa narrativa che in versi. La «solita» tesi, che stavolta prende le forme del discorso cosmologico, teologico-sessuologico. Con «Il parroco di Arasolè» Masala si è autopsicoanalizzato, psicoanalizzando nel contempo la realtà sarda con una identificazione totale del soggetto nell'oggetto che è propria del narcisismo di quest'autore, e insieme il segno del grande concetto che lo scrittore nutre di sé in quanto voce e anima della propria gente: qualcosa di lirico e terragno, che dovrebbe fare di lui magari il Lucian Blaga dell'isola dei sardi, il visionario del folklore, della civiltà contadina arroccata sul mare. Voce, anima e sessualità. Il «sistema Masala» (così lo chiama il curatore del volume, Giancarlo Porcu) è un sistema «che si esprime, per la coerenza e ricorrenza di grumi tematici, al limite di un instancabile e sorprendente autoplagio». Il «sistema Masala», dicevamo, è anche un meccanismo al tempo stesso semplificatorio e super-erogatorio con il quale si guarda alla realtà . E' un modello d'identità che sembra sempre sul punto di intimarsi il «Che fare?», ma che non se lo prefigge mai. E' piuttosto una struttura di risentimento e di compianto o protesta che non di promo-zione e assertività . La tradizione, per quanto onnipresente e onnivora, qui non si traduce mai in uno sforzo af-fermativo e risolutivo, meno che mai rinnovativo, nemmeno di se stessi, nemmeno dunque di autoproposizio-ne. Rimane sempre un rimpianto, una lamentela, un rimorso. Peraltro contraddetto da un'accettazione amara del corso della storia sul piano pratico. Nella disputa, che per molti aspetti ricorda quella di certe società settarie e intellettuali delle nazioni a metà del guado, tra arcaico e moderno, tra mondo orientale e mondo occidentale, Masala potrebbe annoverarsi ipoteti-camente fra gli «slavofili» opposti agli «occidentalisti» (il paragone con la Russia ottocentesca ci pare sempre suggestivo per le situazioni sarde). Sotto questo punto di vista la sua «eresia» tradizionale potrebbe scambiarsi, ad esempio, per la denuncia di un Caadaev all'incontrario. Masala non accusa pertanto la Sardegna di essere paradossalmente priva di una tradizione e di risultare spontaneista e amorfa quanto rinunciataria, come invece affermava Caadaev per la Russia, ma è come se lo facesse. Sennò perché sarebbe un «luterano», un «bastian contrario» dell'etnia? In realtà in Masala c'è come l'oscura consapevolezza che la Sardegna del tempo e nel tempo in qualche modo assomigli alla Russia descritta da Caadaev: non per esserle uguale nel non possedere una «linea del passato», una linea d'ombra rispetto ad una tradizione mancante, ma per esserle vicina in un comune senso di vuoto alle spalle, un vuoto fatto di depositi sovrapposti, cui non basta l'ombra troncoconica del nuraghe ormai «arrruginito» a creare il senso dell'ancoraggio e della continuità . E tutto ciò non è forse qualcosa di simile a quanto indicava Caadev, allorché parlava di una Russia che galleggerebbe su una linea di confine immensa e indeterminata, sospesa fra Oriente o Occidente, né l'una cosa né l'altra? Un po' come la Sardegna, appunto, che peraltro sembra riscoprirsi sempre, senza riconoscersi mai. E proprio per ciò parla in continuazione di se stessa, configurando una condizione psicologica o costume culturale di autoreferenzialitàn che non ha eguali in nessun'altra regione d'Italia, né forse d'Europa. Sardegna tanto incerta sulla propria identità quanto orgogliosamente diversa, non l'aveva già constatato Maurice Le Lannou? Non altrimenti ci appare il ritratto di questo don Adamo, impotente tra fallacità e onanismo, schiacciato tra una «nazione fallica» e una «nazione bellica». Ecco perché leggendo Masala abbiamo talvolta l'impressione peraltro non sgradevole (ancorché inquietante, oggi più che mai) di trovarci in mezzo ad una disputa romantica fra Oriente e Occidente. O, per riprendere il linguaggio caro al nostro autore (insomma, i termini stessi del «sistema Masala»): impiccata al bivio fra «l'uomo-bue» e «l'uomo-cacciavite», fra «società fallica» e «società bellica». Ciò che non impedisce alla sua pagina di esprimere comunque una forma poetica del pathos. Meglio ancora: una «formula». Giacché all'origine della stessa operazione artistica si consuma sempre una contraddizione dialettica formidabile: quella fra creatore e creatura, fra autore e opera: il primo, teso a imprimerle l'im-pulso del proprio soffio ispiratore, del suo libero arbitrio; la seconda, a contrapporgli il vincolo della propria co-erenza interna. Dal mirabile equilibrio fra le due istanze, raggiunto al livello più alto possibile, nasce appunto la «formula» del bello. Nel nostro caso la formula di un «formulatore» straordinario, ipocondriaco e maniacale: Francesco Masala.


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