interviste


8 giu 2011

Intervista a Franco Calandrini - Massimo Maugeri




Franco Calandrini (Ravenna 1961), produttore di documentari, corti e videoclip fino alla fine degli anni Novanta, ha in seguito fondato due festival di cinema: Corto Imola Film Festival e Ravenna Nightmare Film Fest che tuttora dirige. La raccolta completa dei racconti, intitolata “”Io non so fare niente”, pubblicata da Giovane Holden Edizioni, è stata tra i finalisti del Premio Letterario “Vladimir Nabokov” e ha ottenuto una Menzione Speciale alla XX Edizione del Concorso Nazionale Letterario “Garcia Lorca”. E’ colpa di chi muore” è il suo primo romanzo.
Ecco la scheda del libro:
“Nella zona portuale di una città innominata, sotto la pioggia di un’alba gelida, un ragazzo spinge una sedia a rotelle con sopra un vecchio inebetito. Il ragazzo entra nell’unico, bar aperto a quell’ora. Porterà il gelo là dentro, fra gli avventori, quando a un barista svogliato e scontroso dirà platealmente che sua madre si è appena impiccata e che, se non porta subito un caffè al padre sulla sedia a rotelle, si ammazzerà anche il vecchio. Come la vita di Ermes e Ivan, padre e figlio con troppi anni di differenza, sia arrivata fino a questo punto si saprà ascoltando il racconto delle 36 ore precedenti. L’odissea urbana è narrata dalla voce di un ragazzo cresciuto molto in fretta fra una giovane madre modesta cantante d’opera, in fuga da tutti e da se stessa, e l’assistenza al padre, menomato nel corpo e nella mente. Un precipitare di eventi, aperto dall’impatto con la morte violenta, costringe a un’ulteriore comprensione del mondo, che può risultare persino peggiore di come il protagonista se l’era immaginato. E gli avvenimenti impongono una nuova dolorosa lettura del passato che porta alla percezione di una inquietante verità, ma può anche portare a riscrivere il proprio futuro”


- Franco Calandrini, come nasce “E’ colpa di chi muore”?
Nasce in po’ come tutte le altre cose che ho scritto, anche quelle molto meno fortunate: perché “non avevo niente da fare”, mi verrebbe da dire citando il poeta. Io non appartengo alla categoria di scrittori divorati dal fuoco della creazione. Non ho grandi urgenze. Essendo arrivato alla scrittura per caso e in così tarda età nessuno aspettava il mio romanzo, per cui mi son preso tutto il tempo che serviva.
Comunque il processo della creazione è davvero divertente: getti l’esca, pasturi un po’ e aspetti che le idee si raggruppino attorno l’amo. A volte sono semplici suggestioni, a volte invece solide come fossero già state scritte, solo da ricopiare. E allora ti chini sulla tastiera e ti butti a testa china, slalomando tra un paletto e l’altro, quasi stupito di quello che stai scrivendo. Poi le rileggi e decidi se buttarle e o tenerle o, come succede quasi sempre, lavorarle e lavorarle fino ad arrivare ad una versione soddisfacente.
“È colpa di chi muore” nasce comunque dall’esigenza di mostrare l’esistenza di un universo morale in cui vivere e operare le proprie scelte, diverso da quello del sentire comune o dalla morale comune, che merita di essere rappresentato. Non è vero che tutti siamo colpevoli o che tutti dobbiamo caricarci o scontare “le colpe dei padri” perché così è, o perché è così che deve essere. La vita, l’esperienza, l’età ci porta a pensare in questo modo, ma c’è un momento nella nostra vita in cui ti senti nel giusto, perché quello che fai ha una morale oggettivamente inattaccabile , perché ancora non sei sceso a compromessi, perché ancora non ti sei sporcato le mani. Non hai colpe, ma non perché tu non le abbia realmente, ma perché tu non te le senti addosso. C’è un’età in cui niente di quello che di brutto succede può essere attribuito a te, tu vivi nel giusto, hai solo certezze, non hai ancora fatto scelte definitive per cui potresti fare ancora tutto. C’è un età in cui tutto ti è dovuto per il solo fatto che esisti e perché pensi di meritarlo. I primi problemi, i primi insuccessi – quando arriveranno, perché stai certo che arriveranno – ti sembreranno solo incidenti di percorso. Tu non hai colpa di niente di quello che ti succede attorno e nemmeno di quello che succede nel mondo esterno (là, dove c’è “il grande freddo” direbbe Lawrence Kasdan), la colpa di tutto è sempre degli altri, perfino di chi muore. Un momento irrepetibile nell’arco dell’intera vita, quasi magico, in cui ti senti invincibile, di cui perdiamo memoria. Questo libro serve un po’ anche questo, a ricordarci quando eravamo puri, nel giusto, integralisti anche, infantili egocentrici, certo, ma più puliti di adesso.

 

- Da quale fonte di ispirazione… ?
Io non ho fantasia, per niente proprio, per cui attingo al mondo reale, alle cose che ho vissuto e alle persone che ho incontrato. Ovviamente per non essere querelato o insultato, altero il pH, ma il composto è quello. Comunque, sub-plot a parte, i cardini su cui poggia la storia sono quattro: il senso di giustizia; il teatro; la degenerazione celebrale; la morte.

1. Il senso di giustizia qui è rappresentato da Ivan, il moralista, che somiglia molto ad un ragazzo che ho conosciuto tanti anni fa e che ha il proprio omologo letterario nel Jimmy Porter di Ricorda con rabbia. Un carattere (inteso nell’accezione drammaturgica) e che è mi è rimasto impresso talmente tanto, che anche in altri racconti che ho scritto, in un modo o nell’altro viene fuori. Non so perché, ma prima o poi lo scopro. Sono affascinato da chi ha un’idea della vita così netta, del senso di giustizia così puro e assoluto, da questo tipo di integralismo infantile ed innocuo, tutto sommato.
2. Il Teatro, qui rappresentato sia dai I mimi della lirica, che dai burattini di Ermes, è un luogo (anche mentale) a cui torno sempre volentieri. Lo spettacolo che cita Ermes (Il Tarlantan della Moscovia) è un classico del Teatro di Figura, l’ho visto da bambino quando Monticelli, il capostipite di una Famiglia di burattinai lo portava nelle scuole elementari di tutta Italia, e quando posso lo riguardo ancora con grande emozione; I Mimi della Lirica li ho visti veramente in azione, e come Ermes mi sono commosso veramente la prima volta che ho assistito ad un loro spettacolo, dimenticando totalmente (rimuovendo in quanto, non significante) che si trattava di una rappresentazione in playback. La loro dedizione e la consapevolezza del ruolo che occupano nell’arte è commovente.
3. La degenerazione celebrale, quando la vedi da vicino, manifestarsi in una persona che ami, per quanto tragica diventa una cosa di cui ci puoi perfino ridere. Ma di cui ridere “con”, non ridere “di”. Ci sono degli appuntamenti nel processo di degenerazione che sono inarrestabili e nel momento in cui la vittima è cosciente di quello che gli sta accadendo sono davvero strazianti. Superata quella fase, anche se sai che è una strada senza ritorno, tutto diventa più semplice e accettabile e naturale. Naturale, come la vita e la morte.
4. Ovviamente, su tutto e tutti, pesa la madre, viva o morta che sia. Ma questo era implicito.
Comunque, anche se nessuno me l’ ha chiesto, vi do sette motivi per cui dovreste comprare il libro di un esordiente cinquantenne: 1) è stato scelto da Edizioni Il Maestrale, e vi assicuro che, a parte me che non mi conoscete e di cui fate bene a dubitare, pubblica solo gente seria!) 2) è adatto ad ogni età: ed infatti ci si può identificare in chiunque: dal ventenne incazzato col mondo intero, al settantenne bollito, alla quarantenne depressa con tendenze suicide (esistono altre categorie?); 3) ed è adatto ad ogni ceto culturale: sono autodidatta e scrivo in modo molto elementare; 4) ed è pure adatto ad ogni ceto sociale, dato che il prezzo ( se lo comparate in rete, e già che ci siete visto che state leggendo questo articolo, approfittatene) è molto popolare; 5) ho una percentuale sulle vendite, e se l’intervista vi è piaciuta avete modo di dimostrarlo concretamente; 6) se arrivo alla prima ristampa di sicuro me ne pubblicheranno un altro; 7) si legge in un week end, per cui l’impegno è davvero limitato, dopodiché, come dice Carver, citando Cechov (e adesso voglio vedere chi si perde la chiusura!) potete “passare alla prossima occupazione: la vita. Sempre la vita”.



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