recensioni


11 lug 2008

Nel giardino del bene e del male



Il giardino segreto è uno dei privilegi riservati all'età infantile, e non c'è solo l'Alice di Lewis Carroll a ricordarcelo. Credo che ciascuno di noi conservi negli interstizi della memoria il ricordo di un personale angolo incantato dove piante e animali vivono in un limbo, dotati di una magia soprannaturale che solo l'immaginazione dei bambini sa riconoscere. Da Frances Burnett alle Cronache di Narnia di C. S. Lewis, il giardino è un luogo dove si indugia e dove il tempo rallenta per consentirci di osservare le meraviglie che ci circondano. Anche Carmen, la piccola protagonista del romanzo di Alberto Capitta Il giardino non esiste (Il Maestrale, pagg. 280, 14 euro) ha un luogo rigoglioso di storie, dove la sua anima ferita può dischiudersi e immaginare addirittura che quell'asina dolce che le posa il muso sulla spalla e la guarda con occhi liquidi sia la sua mamma tornata dal cielo. L'infanzia di Carmen - un padre facoltoso commerciante, una matrigna che la detesta e due fratellini gemelli - è stata segnata da un male innominabile, l'epilessia, che la prende quando l'occhio comincia a ballare e il mondo le si avventa contro con ostilità. La serenità del piccolo mondo isolano benestante, quello di una cittadina che assomiglia a Sassari, terra d'origine dello scrittore, viene definitivamente profanata da un inutile intervento alla testa e dalla morte tragica dei gemellini, due eventi contestuali che fanno crollare rovinosamente un rassicurante modello di vita consacrato al benessere materiale. «Il giardino non esiste», scriverà Carmen su un foglio, per dare un addio definitivo a quel mondo riposto. Da allora in poi, vivrà su un'isola spazzata dal vento, con una zia eccentrica che le darà affetto e calore. Ma la bambina divenuta donna continua a circumnavigare quel giardino, derubata dei suoi ricordi, senza mai emanciparsi definitivamente dal suo passato. L'indugio narrativo asseconda le riflessioni e le trasformazioni della protagonista, grazie a una lingua fortemente evocativa che sa regalare, specie nella prima parte del romanzo, pagine di grande bellezza espressiva. Capitta, già finalista allo Strega con Creaturine (2005), conferma la sua capacità straordinaria di raccontare la natura trasfigurandola e mettendola in relazione profonda con l'uomo. Animali e piante, ma anche fenomeni atmosferici come il vento, che «roteava, ruttava, entrava nelle orecchie, portava via i cappelli, urlava porchissime sconcezze alle mutande stese, generando tra i fili del bucato furibondi scossoni di risa» sono interlocutori reali di una vicenda che si snoda in un'atmosfera di magica visionarietà. Il Giardino è in realtà un romanzo sul destino e sulla perdita dell'innocenza. Carmen capirà che è necessario tornare nella vecchia casa abbandonata per mettere la parola fine alla fiaba tragica che è stata costretta a interpretare. E per chiudere i conti anche con quel «piccolo freddo» che la prende ogni tanto dai tempi dell'operazione. Un vuoto, la memoria che s'inceppa e il passato che all'improvviso diventa una serie di pagine bianche.


←Indietro

top