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Realismo magico in Sardegna

24 mar 2013 - Il Sole 24 Ore - Domenica | Goffredo Fofi

Realismo magico in Sardegna

Alberi erranti e naufraghi | Alberto Capitta


Sono venute in questi mesi dalla Sardegna tre opere belle e significative, due film - Bellas mariposas di Mereu e Su Re di Columbu - e un romanzo, il quarto scritto da Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, edito dal Maestrale. Quanto a morale pubblica e a comportamenti privati, l'isola non si dimostra oggi diversa dal resto dell'Italia, ma queste tre opere rassicurano sulla vitalità di esperienze che sanno legare, come si diceva un tempo, il locale e l'universale.
Su Re affonda in una Sardegna arcaica e primitiva, non del tutto distrutta dalla modernità; Bellas mariposas, tratto dall'omonimo postumo racconto di Sergio Atzeni, racconta una trasformazione sociale e culturale in fieri, metropolitana e non montanara, e non solo negativa; Alberi... rifugge dal folklorismo paesano o urbano che rivendicano altri scrittori e scrittrici, e fa della Sardegna il luogo, non realistico e non immediatamente identificabile, dove accadono fatti esemplari e significativi perché attinenti alla lotta tra il bene e il male, tra la coscienza e la brutalità degli istinti, tra l'aspirazione all'armonia dell'uomo con il creato e l'umana voluttà della distruzione, della violenza sul creato nella «aiuola che ci fa tanto feroci». Sono tre modi diversi di relazionarsi al presente, cercando radici, narrando potenzialità, non chiudendosi all'isola ma vedendola come il teatro di dilemmi vasti che sono metafora di conflitti radicali e di scelte possibili.
Capitta inventa e racconta mescolando realtà e fantasia perché la realtà non è sufficiente a dire cosa ci cova sotto e la determina. Lo fa seguendo coscientemente o meno dei modelli che sono novecenteschi (il surrealismo francese che ha le sue basi nel romanticismo tedesco, il realismo magico italiano, il real-meraviglioso latino-americano...) ma anche più lontani e decisamente fiabeschi. E che aggiunge a un fondo stevensoniano e leskoviano (secondo la lettura di Benjamin) qualcosa di fortemente "femminile" che gli viene da una tradizione recente, quella delle Morante, Ortese, Ramondino. Nelle storie di Capitta l'umano si mischia all'animale e al vegetale, e trova per questo nelle donne e nei bambini - oltre che nei "puri di cuore" che osano agire secondo idealità non socialmente accettate - la sua vocazione all'incontro, al rispetto, alla confusione. Nemica è in definitiva la società degli adulti - e di qui il peso che ha nel romanzo la tribù dei bambini orfani che vivono secondo natura e in cui il protagonista si imbatte - e amica, con quella dei "piccoli", la disponibilità dei pochi giovani che hanno saputo mantenere o che sanno ritrovare l'apertura mentale e fisica dell'infanzia. Gli orfani sono orfani dell'uomo, non della natura.
Diviso in tre parti, il romanzo parla di tre famiglie: gli Arca, una madre fuggita, un padre che vive di un impiego pubblico ma si occupa anzitutto di curare gli animali feriti e ogni tipo di animale, e un figlio, Giuliano, che ne segue le orme e che ama vivere secondo natura; i Branca, una madre suicida, un padre notaio e delicato, una figlia, Maddalena, che si lascia irretire dal fascino del militare Michelamgelo; i Nonne, una madre spaventata e sottomessa, un capofamiglia violento e sopraffattore come il figlio Michelangelo, il cui fratello Emilio, d'animo poetico e sensibile, vede osteggiata la sua intimità con Giuliano Arca, e si piega, e ne muore. La storia d'amore che, di sventura in avventura, nasce dall'incontro tra Giuliano e Maddalena e porta alla loro fuga, è il fulcro del romanzo, e li vede migrare prima tra gli orfani e poi nel mondo, verso un futuro incerto, alla «ricerca di un nuovo approdo».
Ma anche gli alberi camminano, e migrano o naufragano, in questo universo incantato, irrequieti come gli animali e come gli umani, alla ricerca di un'armonia con il creato che appartiene al regno dell'utopia, dell'irrealizzabile tuttavia da tentare. Si tratta per i "buoni" di difendersi e di cercare, si tratta per gli orfani del mondo, per l'umana orfanezza che ha coscienza della perdita, di esplorare un altrove possibile, e di continuare a credere nell'utopia, nonostante tutto.
Con una lingua senza fronzoli e in uno stile asciutto e senza ricami, coin una ricchezza di fatti e di azioni che esprimono più degli scarni commenti e che lasciano da parte la psicologia per dire i comportamenti e spingere il lettopre a giudicare da quelli, Capitta mette in rilievo ciò che è più significativo, ciò che è essenziale, e riflette e ragiona con molta moderazione lasciando libero il lettore di capire, interpretare, giudicare.

Goffredo Fofi


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