recensioni


2 feb 2013

Il ritorno di Capitta



Impossibile non riconoscere lo stile fin dalle prime righe. Alberi erranti e naufraghi, appena pubblicato da Il Maestrale, porta la firma e la poesia di Alberto Capitta che al suo quarto romanzo lega i destini di tre famiglie che abitano una Sardegna raccontata minuziosamente nei suoi odori e nella sua natura senza – quasi – connotazioni geografiche. Una storia quella dello scrittore sassarese finalista al Premio Strega 2004 con Creaturine, che parla di vento, di mare, di anime irrequiete sulle quali aleggia pesante il destino di chi non c’è più. Il racconto di un viaggio a momenti fatato a caccia di un padre misteriosamente scomparso. Un cammino incantato che smorza la tensione della ricerca con l’armoniosa descrizione delle sensazioni che il viaggio stesso suggerisce a uno dei protagonisti. In mezzo, l’amicizia e l’amore, l’arroganza del potere, la solitudine.

È la storia di Piero e Giuliano Arca, padre e figlio che vivono da emarginati poco fuori città, accolgono in casa ogni tipo di animale ferito o che abbia bisogno di cure. Per i vicini sono dei forestieri, per qualcuno addirittura zimbelli, gente sudicia che divide la casa con le bestie. Entrambi preferiscono il contatto con la natura alla vicinanza agli altri. La campagna, il suono dello sgretolarsi delle acque è ciò che gli rinfresca il cuore. Fino al giorno in cui una poderosa nevicata viene colorata di rosso dal sangue di un terribile massacro degli animali che porterà il giovane Giuliano a vagare con il suo carico di ricordi e , in spalla, solo una vecchia sedia di legno per riposarsi di tanto in tanto dagli affanni.

Il ragazzo da sempre e vita la vicinanza dei Nonne, famiglia ricca e potente con il pensiero fisso su potere. Ricchezze, caccia e guerra. Da pochi e scarni dettagli si può inquadrare la storia ai giorni nostri, come i riferimenti alla vita da militare di carriera di Michelangelo Nonne, figlio prediletto, innamorato di Maddalena Branca. Eppure l’amicizia disdicevole tra Giuliano ed Emilio Nonne, altro erede ma disapprovato in tutto per la sua mollezza d’animo, sboccia e fa storcere il naso al resto della famiglia. E di rimproveri si nutre Villacastello (dove le stanze sono piene di polvere d’amore sotto il lutto), il notaio Branca che ancora fa i conti con la morte della moglie Lidia («ha sentito sul collo il soffio della perdita») e mal sopporta il nuovo legame della sua bellissima figlia con il preferito di casa Nonne.

Siamo in una terra dove chi bussa alla porta viene accolto e nutrito senza troppe domande. Dove il giardino segreto, questa volta, fra queste pagine, trasporta tra aranceti mentre gli alberi al’improvviso s’incamminano trascinando le proprie radici e fa vivere a Giuliano esperienze fiabesche: «Si lascia andare al deliquio del bosco, il suo pensiero si abbandona tra i corridoi azzurri di orchidee. I colori gli si stampano sul viso, sulle braccia, sui vestiti, come se ogni pianta voglia salutarlo così, gettandogli un po’ della sua tinta addosso». E nel bosco “I Bambini”, dove vento, pioggia e neve si chiamano Marinaio, Pietà e La Carezza, sperava di trovare un luogo al riparo dal dolore, perché «non c’è serenità che non si possa ritrovare, dunque, basta frugarsi un po’ le tasche». Fino a quando il destino compie un’impossibile capriola e prende posto a tavola e aspetta la tempesta come un fiero capitano.

 

Grazia Pili



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