interviste


4 nov 2013

Stellino: «Il mio romanzo figlio della crisi»



Lo scrittore nuorese parla della sua seconda opera letteraria, Ogni animale muore nella tana, edito da Il Maestrale.



SASSARI. È un mondo completamente diverso dal nostro quello di Ogni animale muore nella tana, il secondo romanzo di Alessandro Stellino edito da Il Maestrale. Un evento cataclismatico ha infatti trasformato il pianeta in una landa desolata, in cui le risorse energetiche sembrano venute meno e il cibo scarseggia. Un uomo rimasto solo si muove tra la casa appena fuori dalla città e il centro di Nuoro, alla ricerca del necessario per sopravvivere: l'incontro con una ragazzina misteriosa segnerà i suoi giorni.

 


Rispetto all’esordio Incendi, romanzo di colori e scrittura accesi, questo suo successore è di segno opposto: prevalgono la cupezza del cielo e il pieno controllo, quasi il rigore, della lingua. Lì si ritrovava un chiaro riferimento in Bellas mariposas di Sergio Atzeni; anche per Ogni animale muore nella tana ha avuto un autore o un'opera a farle da stella polare?

«La strada di Cormac McCarthy è un riferimento inevitabile, anche se la vera influenza credo sia stata quella dei romanzi di Philip Dick, un autore di fantascienza che ha scritto anche alcuni romanzi d'impianto realistico decisamente inquietanti. In generale mi attirava l'idea di stravolgere una geografia nota, quella nuorese e dei dintorni in cui sono cresciuto, per un'invenzione letteraria che facesse a meno dei connotati tipici della nostra tradizione e raccontasse una storia allo stesso tempo universale e dal forte carattere locale. Quanto alle differenze con il primo romanzo, non avrebbe avuto senso procedere in quella direzione: si trattava di un evidente e sentito omaggio ad Atzeni, e proprio in nome del suo sperimentalismo mi sono sentito in dovere di andare in tutt'altra direzione».

 

Lo scenario del libro è decisamente fosco: il clima è impazzito, manca l'indispensabile per vivere, gli uomini sono a un passo dal regredire allo stato animale. La vicinanza al genere distopico appare chiara, e nel mondo differito in cui ha ambientato la storia non è difficile scorgere la sua preoccupazione per il nostro futuro: è così?

« Assolutamente. L'atmosfera di apocalisse che caratterizza il romanzo è figlia dell'ombra che grava su intere generazioni di giovani e meno giovani. L'impossibilità di immaginare il proprio futuro, in una fase storica così critica e instabile, è terrificante, crea uno spaesamento sociale profondo, in cui intere generazioni navigano a vista senza poter organizzare la propria vita. Per me si tratta di qualcosa di profondamente drammatico, e non credo abbia a che fare con una visione pessimistica o cinica della realtà, piuttosto con un processo che ho vissuto in prima persona in campo lavorativo».

 

Il romanzo è ambientato a Nuoro. Quella descritta è una città a pezzi, i cui abitanti e i cui simboli principali, a partire dalla statua del Redentore, non sono da meno: si è fatto un'idea di come Ogni animale muore nella tana potrà venir accolto dai nuoresi?

«Francamente no, ma spero bene. Il romanzo, dal mio punto di vista, segna una tappa di avvicinamento letterario nei confronti di una città nella quale ho vissuto per tanto tempo e alla quale torno sempre con un misto di affetto, malinconia e spaesamento. Non è facile scrivere di un posto cui si è così legati e in cui, volenti o nolenti, ci si rispecchia perché è lì che siamo diventati quello che siamo. Spero un giorno di poter raccontare la mia città in una luce diversa, più calorosa, e mi auguro che i concittadini non me ne abbiano a male se mi sono "servito" di uno scenario comune per ambientarvi una storia di finzione che, come dicevo, non parla di Nuoro ma di una condizione sociale che va ben oltre i confini cittadini e isolani».

 

Sottolineava prima, giustamente, le differenze tra le sue due prime opere. Sta già scrivendo qualcosa di nuovo, e se sì ci sarà ancora delle novità rispetto a quanto ha fatto finora?

«Non smetto mai di scrivere ma, occupandomi principalmente di cinema, la mia produzione è soprattutto d’ambito critico. Quanto alla narrativa, sono a metà di un romanzo di formazione strutturato per mezzo di una successione di racconti, e coltivo l’idea di dare un seguito a quest’ultimo libro con un altro che potrebbe rappresentare un secondo capitolo all’interno di un’eventuale “trilogia della crisi”. Credo che porterò avanti entrambi i progetti e poi si vedrà».

 

Alessandro Marongiu



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