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11 giu 2011 - Il crotonese | Angela di Lorenzo

Il linguaggio dei versi per il diario personale

Terre di andata | Carmine Abate


Chi ha detto che la poesia non ‘tira’ può essere smentito dai fatti o meglio dalla silloge dello scrittore di Carfizzi,  Carmine Abate, approdata nelle libreria poco più di un mese fa, ma di cui fra qualche giorno uscirà già la ristampa. Si tratta di Terre di andata (poesie e proesie), edito da Il Maestrale di Nuoro (pp. 160). Una sorpresa per lo stesso  autore, più noto ai lettori come scrittore di romanzi. Proprio con lui abbiamo scambiato due chiacchiere sui  contenuti del libro e sull’inaspettata sorpresa poetica. “L’incontro con la poesia - ha spiegato Abate - in realtà non è una novità, il mio primo libro fu un libro di poesie, Nel labirinto della vita. Era il 1977 ed avevo solo 22 anni. Da sempre ho alternato la poesia alla prosa. La poesia è sempre entrata nei miei romanzi, è nelle metafore ardite, nella ricerca della parola. Questo libro, però, ha qualcosa di particolare: lo ritengo una sorta di diario personale, un lavoro molto intimo ed autobiografico, che ripercorre la mia vita dagli anni Settanta in poi”.

E il carattere autobiografico, lo stile del diario personale sono sottolineati nelle date e nei nomi delle città che concludono ogni poesia, come se Abate avesse voluto legare per sempre i suoi versi e le sue emozioni ad un tempo e ad un luogo precisi.

 

Connotazione particolare

È lo stesso scrittore di radici arberesche a riconoscere nella sua poesia una connotazione particolare, che l’avvicina  alla forma della narrazione. “Anche i miei versi come i racconti - ha sostenuto - raccontano storie, le definisco per  questo ‘proesie’, che descrivono viaggi e luoghi in cui ho vissuto. Le mie ‘terre di andata’, tutte quelle terre che per me sono importanti, che fanno parte di me. Se guardo in dietro mi rendo conto che sono tante e che non esiste una terra migliore in cui vivere: sebbene le mie radici più profonde siano al Sud, sono tutte componenti della mia esistenza, che vanno addizionate per rendermi più ricco”.

Torna dunque la filosofia insita in quella raccolta di racconti dello stesso autore, ‘Vivere per addizione’, edita più di un anno fa da Mondadori. “Vivere per addizione - ha spiegato Abate - è complementare, si compenetra con le mie poesie, tanto è vero che mi piacerebbe pubblicarli insieme”.

Resta pregnante il tema dell’emigrazione, delle partenze e dei ritorni, senza lasciarsi andare, però, al pessimismo, che fa sì che il dolore causato dalla ferita della partenza prenda il sopravvento, ma inquadrando il viaggio come occasione di arricchimento individuale e sociale, ovvero per un Sud che ha l’esigenza di aprirsi ed emanciparsi per stare al passo con l’Europa ed il mondo. “L’emigrazione - aggiunge Abate - può non essere solo ferita, ma un modo di soddisfare la fame di conoscenza del mondo; un tentativo di incontro, di modernizzazione. A me e a tanti miei compaesani l’emigrazione ha dato proprio questo”.

 

Razzismo e letteratura

Non c’è nulla di provinciale e campanilistico nella poesia e nei racconti di Carmine Abate, conosciuto come il  narratore delle storie degli emigrati del Sud. Al contrario, affronta grandi temi, particolarmente attuali, come quello del razzismo e dello scontro di civiltà, che secondo lo stesso scrittore “la letteratura ha il dovere di affrontare. Non ho mai disertato rispetto al tema del razzismo - ha dichiarato - anche perché l’ho vissuto sulla mia pelle e su quella della mia gente. È un problema che non possiamo far finta di ignorare, soprattutto ora che con i flussi migratori provenienti dal sud del mondo, sebbene dal 1989 si stiano abbattendo i muri materiali delle divisioni, crescono e diventano sempre più alti i muri invisibili del razzismo”.

L’universalità della poesia di Abate si legge in versi dai toni multiculturali, in cui brani che sanno di nostalgia,  celebrando i paesaggi del Sud, si alternano ad altri che descrivono le atmosfere delle grandi città e dell’Europa del  Nord, mentre l’italiano si intreccia al tedesco e all’arberesche, la lingua che racconta la storia antica del popolo di cui Abate fa parte.

Quelli di Abate sono versi autobiografici, che però finiscono per cogliere sentimenti universali: “raccontano la mia vita

- ha detto - che però è la vita di tanti calabresi costretti a partire per trovare lavoro. Calabresi che tornano lì dove ci sono le radici più profonde della loro esistenza e alle quali non si può rinunciare, ma che sentono crescere dentro anche quelle radici nate altrove, nei luoghi che li hanno accolti. È, quindi, la storia di tutti quelli ‘cacciati’ dalla loro  terra, come i nostri immigrati, che continuano a soffrire per questo calcio, e nei quali resta la rabbia per lo strappo, ma che possono fare dell’emigrazione una ricchezza. Anche io non dimentico la sofferenza dell’emigrazione, ma la  terra in cui vivo si può coniugare al plurale, non ha senso vivere con i piedi al Nord e la testa al Sud perché non si può soffrire per sempre, è più dignitoso valorizzare l’occasione dell’emigrazione per la propria terra d’origine, smettendo di piangersi addosso. Si può vivere per addizione! Con gli anni ho smesso di soffrire di nostalgia, perché i paesaggi e le immagini del Sud li porto dentro di me, sono diventato più sicuro, so che non mi lasceranno mai, ma ho sete di apprezzare il resto del mondo, di imparare dal resto del mondo”.

“Prima - ha osservato Abate - sono  partiti i nostri padri con il sogno di tornare, poi è arrivato il nostro turno. Ora  tocca ai nostri figli, che non possono tornare... Perché gli anni sono passati, ma al Sud è rimasto sempre lo stesso problema: la mancanza di lavoro, la politica non è mai riuscita a sciogliere questo nodo! Se oggi l’emigrazione sembra si senta di meno e pare che la questione meridionale non esista più, è solo perché i paesi del Sud sono già vuoti. Nel mio paese, Carfizzi, ci sono solo 800 abitanti. Nell’ultimo anno non è nato nemmeno un bambino. In queste condizioni, anche se non partono centinaia di giovani come un tempo, anche la diminuzione di una decina di abitanti rappresenta una grossa perdita”.

 

Politica eterna assente

I tempi sono cambiati, anche perché i giovani non partono più con la valigia di cartone, ma con una valigia di pelle  che ha dentro un diploma. Questo è un motivo in più per fare dell'emigrazione un'opportunità, perché offra un ritorno al territorio in termini di economia e cultura. Perché questo accada però servono delle politiche ad hoc per l’emigrazione, la volontà del singolo non può bastare. Dovrebbe occuparsene la politica a livello provinciale, regionale  e nazionale, ma questo non è mai accaduto, l’emigrato ieri come oggi è lasciato in balìa di se stesso. E il rischio è un  distacco totale dal luogo d’origine, che determina la morte culturale ed economica, sia sul piano individuale che sociale”.



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