recensioni


4 mar 2004

L'ultima parola



Jack Kerouac torna. Lo fa spesso a distanza di trentacinque anni dalla sua morte, tanto da far assomigliare il suo personale archivio alla stiva di una nave affondata da cui ogni tanto sale alla luce la testimonianza del mondo che raccoglieva in sé. Utilizzata spesso senza criterio e con spietate logiche commerciali che non regalano una virgola che sia una della conoscenza di questo autore.

Qualche volta invece accade che una luce prenda ad accendersi improvvisamente riuscendo a illuminare il cammino percorso da questo autore. Ecco, L’ultima parola, antologia curata con perizia filologica da Alberto Masala, poeta e occhio innamorato della beat generation, accende proprio questa luce.

Per i tipi de Il Maestrale Masala ha dato alle stampe una selezione del suo voluminoso corpus kerouachis, oltre quattrocento documenti tra fogli, fotocopie di articoli, registrazioni e dattiloscritti del primo motore del movimento beat, compilando un volume che raccoglie tra l’altro gli scritti giovanili di Ti-Jean sul jazz pubblicati sull’Horace Mann Record, il giornale del college che frequentava, nonché gli articoli che comparivano su Last Word (dalla cui traduzione il titolo del libro), la rubrica di Escapade curata dal papà degli hobos post hobos. A completamento, i pensieri più intimi dei suoi grandi viaggi, in solitaria o in compagnia del fotografo Robert Franck. Scritti inediti o comunque ben poco conosciuti, rivelatori di un coerente pensatore che non ha mai smesso nella sua vita di rimbalzare tra l’istintività dell’esistenza e la saggezza della riflessione.

L’Ultima Parola è anche l’esempio di come si possa amare l’autore che si traduce. Masala interviene sull’originale flusso narrativo di Kerouac cercando di aprire alla sensibilità di questi tempi e del lettore di oggi una scrittura che tra fraseggi, armonie e dissonanze ritmiche è oggi una spanna più rivoluzionaria di un foglio vergato da Chuck Palahniuk, tanto per citare un nome non a caso. Tanto che lo stesso autore sentì il bisogno di specificare di sentirsi “stanco” e di essersi “stufato delle convenzioni della frase inglese” che da sempre gli appariva “così rigida nelle sue regole” e con la quale faceva a pugni considerata la sua “concreta struttura mentale”. E sul modo attraverso il quale il traduttore ha “riscritto” questo Kerouac, s’invita alla bellissima lettura che si può fare delle pagine in nota che Masala dedica all’argomento.
Ma soprattutto lo scrittore di Lowell ma di radici francofone (e Fernanda Pivano instancabile ripete che l’esatta pronuncia di Kerouac vuole l’accento sulla “a”, alla francese) si apre al viaggio e alla musica jazz, due tra le più spesse architravi dell’intera architettura dentro cui pulsavano narratori, poeti e musici della beat generation. È un Kerouac che passa dalla commozione per la conoscenza di uomini ai bordi dell’esistenza comune ma in grado di non deragliare alla nettezza dei giudizi sullo stato del jazz, coi suoi eroi stanchi ma sempre in grado di mettere in fila emozioni e passioni quando c’è da buttare dentro una tromba il fiato di un sentimento (e anche qui, prego accomodarsi a leggere lo scritto del grande Paolo Fresu in calce al libro).
L’ultima parola è anche un matrimonio laico. Tra il suo autore e un poeta che nell’età dell’oro diede un tetto a Gregory Corso, ospitalità a Ben Possett e diviso reading con Lawrence Ferlinghetti. Matrimonio d’amore, naturalmente. Con viaggio di nozze nella terra del sogno. Facendo autostop sulla strada s’intende.



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