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23 mag 2011 - L'unione sarda | Angela Guiso

Tra i “luoghi” di Niffoi, verso l’infanzia dell’Isola. Ecco i "Malfatati" del paesaggio barbaricino

I malfatati | Salvatore Niffoi


Scrittore dell’erranza, di quell’“erranza occidentale” di cui parla il poeta portoricano Edouard Glissant. Di chi alla globalità oppone o sovrappone nuove coordinate geografiche in un’originale conquista e fondazione metaforica di luoghi. La caratterizzazione di una regionalità letteraria con latitudine e longitudine proprie. Salvatore Niffoi può essere anche questo e lo provano i cinque romanzi editi dal Maestrale con la formula “I Malfatati”. Romanzi 1999-2007. Nell’ordine: “Il viaggio degli inganni”, “Il postino di Piracherfe”, “Cristolu”, “La sesta ora”, “L’ultimo inverno”.

Li crea i luoghi, lo scrittore oranese, alla sua maniera, e li delimita, e ne fa una sorta di Home-Land, come, prima d’altri, Emily Brontë e la sua brughiera: una, riconoscibile e sua.  Nel groppo di un doppio immaginario muove verso il dentro e il fuori, verso la “totalità mondo” e “l’esilio interiore”, e l’aderenza o il distacco dalla cultura d’appartenenza - “in questa terra dove a malavoglia affondano le radici” - lo spronano a distillarne suoni, colori, personaggi, oggetti.

Per Jean Amery soltanto chi non possiede una “Heimat”, la patria del cuore, smarrisce l’orizzonte esistenziale e annega nello spaesamento, così come chi conosce il solo luogo d’origine è confinato dentro il provincialismo barbaro. E Niffoi, come “Cristolu”, “pesca nel passato e spara nel futuro”, scrittore di un presente inciso da profonde unghiate arcaiche: le “incrostazioni ulcerose della nostra infanzia di barbaricini, che lascia i suoi segni indelebili sino al cadere della vecchiaia”.

In principio fu il paese di Oropische - “Il viaggio degli inganni”-  risorto dalle ceneri di Macondo come l’Araba Fenice, spogliato degli abiti di Garcia Marquez e rivestito delle fogge dell’“ultimo paese barbaricino prima del sacro confine tra il cielo e la terra”. Una dichiarazione di poetica a partire dalla topografia letteraria: il cerchio magico entro cui comporre il tempo senza tempo di eroi per caso, sputati da Dio o dal Destino, che spesso sono la stessa cosa, come i Malavoglia della verghiana “Fantasticheria”, nati per accidente o per sfortuna. Il residuo fecale di una Magna Storia che non ha mai lambito quei luoghi.  Poi furono i paesi dei successivi romanzi, i petali multicolori di una vasta corolla, variazioni di uno stesso motivo.

Niffoi è nella dialettica combinatoria di due lingue, il mistilinguismo di italiano e sardo, “l’impasto”  di un ibrido solvente linguistico e di un complesso soluto culturale, e la sua è scrittura della Terra del Cielo e dell’Oltremondo. Della Terra narra la vita nuda, spoglia di idealizzazioni, esibita nei più espliciti bisogni carnali e olfattivi. L’uomo è greve natura dentro i verbi e gli aggettivi spesso crudi di una scrittura metaforica e musicale, onomatopeica e sensuale. Terragno è talvolta lo stesso credo religioso, che genera, come in “Cristolu”, una Trimurti zoomorfa – l’asino il porco e il bue – vaticinante il bello e il cattivo tempo. In un mondo violento e ingiusto, e assetata di Dio, la creatura salvifica può essere il frate Cristolu resosi bandito, un “cristo barbaricino” accosto al “dio ridicolo” di Salvatore Satta. Entrambi minuscoli, entrambi troppo umani per partecipare di un’infinita e rassicurante divinità.  

In questo mondo dai confini troppo stretti e dagli orizzonti sterminati l’infanzia, prima che in altri, è in Nineddu (Il viaggio degli inganni), “convinto di apprendere più in fretta il mestiere di vivere” in un percorso di formazione che ammette la paura della morte, la prova superata dell’incontro di ossa e monete, e include l’iniziazione sessuale con la prostituta tisica Lillona, eco dell’“Agostino” di Moravia, tutt’altro protagonista di tutt’altro romanzo.

Madri maghe o prostitute, le donne sono simbolo di fecondità. Tenere e malvagie, creature ambivalenti dal viso duplice come Paska de “L’ultimo inverno”, trascendono la dimensione stregonica, vicine all’archetipo omerico di Circe. Magici doppi come la donna-cagna del “Postino”, copia della donna-capra Gurù de “La pietra lunare” di Landolfi, o simili alla prostituta Filò de “L’ultimo inverno”, “non più innocente”, ma pura, “fragile e incosciente”, epigona di Giggia, “la puttana senza malizia” di Savatore Satta.

Accanto a quella della Terra c’è scrittura di un Cielo punteggiato dai mille uccelli della Barbagia che planano sugli uomini, presaghi del loro destino, come conferma “Il postino di Piracherfa”: “Quando arrivò al primo cancello, sentì come un presagio. Un omen, lo definì, ricorrendo al suo latinorum scolastico. Uno dei corvetti che dimoravano nella torre campanaria del cimitero vecchio, lo seguiva cracracrando come se avesse le convulsioni.” Uno dei tanti messaggeri ctonii a conferma della stretta di mano fra vita e morte. E c’è il Cielo del sole cocente e della pioggia che non monda, ma scroscia spesso smisurata a ristabilire il confine invalicabile del potere della Natura.

Scrittore dell’Oltremondo, di un universo dal volto infinito e incontrollabile che irrompe a sbriciolare il precario equilibrio identitario come nella “Sesta ora”, dove Bachis, il sarto baciato dalla fortuna e dal successo, e i suoi fratelli sono allegoria del fallimento esistenziale, e la salvaguardia di specifici caratteri culturali assume forti valenze ideologiche e nostalgiche. E se la vita è un sogno dove i sogni sono più veri della realtà e l’esistenza è “un mare degli inganni” (“Il Viaggio”) e “lana filata fina fina” che “ quando si spezza si spezza” ,“il vino l’indifferenza e l’apatia” sono barriera troppo fragile al male di vivere. Ma l’Oltremondo è solo un’utopia senza radici, l’illusione di un progresso che corrompe (“La sesta ora”), di vite altrui prese in prestito “(Il postino”), e di nuovi orizzonti dove ha termine il corpo-paesaggio e perdono valore remote coordinate culturali.



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