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1 nov 2000 - La grotta della vipera (anno XXVI, n. 92) | Giancarlo Porcu

Verità scabrose e cene di gala

Il postino di Piracherfa | Salvatore Niffoi


Con Il postino di Piracherfa (Nuoro, Il Maestrale, 2000) Salvatore Niffoi giunge alla sua terza fatica, dopo il quasi clandestino Collodoro (Nuoro, Edizioni Solinas, 1997; di cui è auspicabile una riedizione, a patto di una energica revisione) e il più recente Il viaggio degli inganni (sempre per i tipi de il Maestrale, 1999) che ha procurato allo scrittore di Orani un’accoglienza entusiasta entro una scelta cerchia di lettori.

Se nel libro del ’99 Niffoi riusciva in un personalissimo controcanto allo scritto di memorie, Il postino di Piracherfa risulta in rapporto a una moda più estesa e clamorosamente attuale: quella del “giallo”. E si tratterebbe di un giallo tutto sommato poco riuscito, se appunto non fosse che l’autore ha inteso giocare con lo statuto del genere, minando i nessi causali anche attraverso l’intersezione con un livello magico-superstizioso. I fatti delittuosi, pur conservando una loro plausibilità narrativa, non sono molto di più che occasioni per mettere in scena la travagliata esistenza di un vinto (al pari del Nineddu dell’altra prova maestraliana): il protagonista Melampu Camundu. Vita sprecata la sua, ma soprattutto offesa. Perché il libro, più che restituirci la vicenda di un malassortau, dispiega quella di un individuo su cui si esercita puntualmente il male provocato dai suoi simili, provando che si può ancora creare un personaggio cui vada la pietà del lettore. E ciò, ben inteso, assolutamente fuori da movenze melodrammatiche, grazie alla qualità tonale di questa scrittura: profondamente ironica. Si può dire, infatti, che Niffoi scrive al modo di chi in occasione di una cena di gala dichiari compitamente verità scabrose e sconvenienti. A questa dissonanza che corre fra tono e tema (che si spinge fino ad enunciare in chiave lirica una materia iperrealistica: prova ne sia quel pezzo di vera poesia che è l’epilogo fuori testo), si accompagna quella più puntuale per cui, ad esempio, un herpes zoster può diventare una pleiade di vescicole color ambra o un quadro d’infiorescenza collinare, tenendo dietro a pur non abusive analogie olfattive, emerge dal particolare sgradevole di grumetti maleodoranti (p. 12; per non soffermarci, in questa sede, su altre strane compagnie, come: il suo afrore è un incrocio tra una scorreggia di capra e il profumo del capezzolo di una vergine, p. 64). Non si pensa sia sconveniente qui aver recato scampoli di pagina, quando si noti che quella qualità formale è pesantemente e almeno doppiamente motivata. Da una parte la coabitazione di sublime e umile si rivela metafora stilistica del protagonista stesso, Melampu, individuo al limite del ributtante e insieme saturo di sensibilità, poeta, amante insospettabilmente premuroso nei confronti della prostituta di città (Galdina: personaggio supremo); Melampu lettore del Vangelo e di riviste pornografiche. Dall’altra l’esposizione del particolare crudo non parla di una compiaciuta ostentazione, ma di una renitenza alla reticenza, allo stesso modo per cui l’abuso di dittologie (per limitarci all’apertura: maschera latteosa e urticante e passato antico e peloso) non è sollazzo ritmico-melodico ma urgenza di precisione, di qualificazione plurima che assommi più facoltà sensitive, anche in relazione a concetti astratti (il passato, come sopra).

Quest’urgenza coinvolge naturalmente anche un altro dato rilevante del libro (e dell’attuale narrativa isolana): l’uso della parola sarda, non corsivata, quale componente essenziale e non accessoria o coloristica. E seppure non è già tempo di bilanci per la recente carriera letteraria di questo maturo signore oranese (classe 1950), si potrà osservare, circostanziando stilisticamente le tappe del cammino che conduce a quest’ultima prova, che: lasciato il mimetismo classico di Collodoro (sardo per il discorso diretto, a fronte di un italiano linguisticamente medio per la voce narrante), passato ad una sardofonia più limitata e al mistilinguismo (senza sospetto di camillerianismo) ne Il viaggio degli inganni, con Il postino di Piracherfa Niffoi lima e metabolizza queste ultime conquiste, affidandole a un dettato snellito e meno franto linguisticamente.



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