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17 gen 2011

Pro s'indipendentzia lamento in due lingue sulla sovranità mai voluta



«Sognare l’indipendenza è spesso il risultato di una pressione interiore, il desiderio nascosto di chi ha sofferto, ha sperato e finalmente vede la possibilità concreta di esaudire un desiderio negato»: è una frase di un libro appena uscito, “Pro s’indipendéntzia” di Bachisio Bandinu, edizioni Il Maestrale. Lui lo chiama libretto, questo saggio bilingue di successo immediato in edicole e librerie. E precisa: «Il lavoro non è nato da un mio intento di scrivere un libro sull’indipendenza».

 «Avevo trattato argomenti in cui si affrontava il discorso politico sulla Sardegna. Sul tema dell’autonomia - continua lo scrittore - si riconosce il limite del nostro essere regione autonoma e si parla di fallimento. Partecipavo a dibattiti su autonomia e federalismo, emergeva che il federalismo era un’autonomia riveduta e neppure tanto corretta: si chiedeva di avere più porzioni di sovranità per non perdere la specialità. Da queste riflessioni è venuto il libro: un invito a riflettere su una questione viva da un secolo. Esistono partiti indipendentisti, ma a me interessava un dibattito disarmato sull’indipendentismo: mi interrogavo sulla sua specialità».

 

- Che tipo di interrogazione?

 «Cosa s’intende per specialità, come si prospetta il federalismo per noi sardi».

 

- Federalismo imposto?

 «Sicuramente. Non abbiamo prodotto uno statuto a nostra immagine, il federalismo di cui si parla è quello che ci daranno e prenderemo: si tratta di prendere o lasciare».

 

- Quindi?

 «Ancora una volta non abbiamo voce in capitolo non avendo autonomia nostra e progetto da difendere. Da questi argomenti sono nati interessi specifici per temi: l’autonomia, la specialità, la lingua».

 

- Com’è possibile che il sardo non sia parlato nelle istituzioni dello Stato?

 «Non solo non viene parlato, è vietato a scuola e in tutto ciò che è rappresentativo dello Stato italiano: un limite enorme, non dico di sovranità, di autonomia».

 

- Non ti sembra che la lingua faccia paura? Neppure i partiti indipendentisti hanno mai affrontato dall’interno questo problema.

 «La questione della lingua non è mai stata posta come argomento fondamentale. Dal 1921 a oggi il partito sardo non ha mai ha posto la lingua come tema profondo. La lingua è sempre stata argomento marginale: non ha mai fatto parte di un progetto né di un programma elettorale».

 

- La legge sulla lingua sarda ai tempi della giunta di Mario Melis è stata bocciata dal Pci in Consiglio regionale l’ultimo giorno utile per l’approvazione.

 «Ma perché è stata presentata in aula solo l’ultimo giorno, quando ormai i sardisti non avevano più forza per contrattare? Alcuni indipendentisti pongono la questione della lingua, la parlano nelle manifestazioni e nei dibattiti in tv, come Bustianu Cumpostu. L’Irs meno».

 

- Gavino Sale?

 «La parla a spezzoni, introduce brandelli di lingua in contesti italiani, o viceversa, è il suo modo di esprimersi. I giovani intellettuali di Irs non l’avvertono come problema fondamentale».

 

- Non ti sembra strano?

 «Sì, molto strano. Per dirla con Cicitu Màsala, la lingua è l’anima della nazione, di un popolo. Non la si può far retrocedere in serie B».

 

- Quale ruolo vedi per i partiti nella questione dell’indipendenza?

 «Nati per rappresentare la gente, i partiti sono ora associazioni private, combriccole o clientele. Difendono interessi autoreferenziali, non interessi reali. La vita dei partiti, le guerre intestine sono lotte fra correnti e persone: conflitti che bruciano il novanta per cento delle loro energie».

 

- Il tema dell’indipendenza è stato posto dai sardisti in Consiglio regionale. A tuo parere l’assemblea è in grado di pronunciarsi su questo nodo?

 «No. La parola indipendenza viene accettata come per sentito dire ma a livello politico il problema non può essere posto perché contraddice tutta la politica dei partiti, destra e sinistra. La questione è ascoltata con sufficienza, ma si accettano altri termini che pure sono sinonimi della parola proibita».

 

- Ad esempio?

 «Autodeterminazione. Ite cheret nàrrere? Autodeterminarsi significa essere indipendenti. Oppure sovranità: non ci si rende conto di cosa voglia dire. Ecco il rischio dell’uso-abuso delle parole. In realtà non sono in grado di mettere in dubbio la dipendenza».

 

- Puoi spiegare ancora?

 «Pensa alla Maddalena, un episodio di dipendenza totale, organizzato da altri, senza profitto per i sardi: un ingranaggio di truffe a nostro danno».

 

- Più in generale?

 «Tutte ciò che avviene in Sardegna è eterodiretto, senza un minimo di indipendenza o di autonomia. Non abbiamo forse rischiato di vedere le nostre spiagge zeppe di pale eoliche?»

 

- Come lo spieghi?

 «Ci sono ditte esterne che hanno i loro amici in Sardegna, insieme tramano per ottenere vantaggi. Sembrerebbe che non ci si possa difendere, i legali della Regione hanno detto: giuridicamente non possiamo farci nulla, l’ambiente compete allo Stato. Il tutto nel 2010, sessant’anni di autonomia. Non ci possiamo tutelare né dal veleno petrolchimico né dai disastri dell’uranio impoverito: agnelli mostruosi e tumori».

 

- Né dalle imposizioni poliziesche ai pastori in quel di Civitavecchia...

 «A Roma gli agricoltori della Padania hanno fatto quello che hanno voluto. Come fa il popolo sardo a sopportare cose del genere»?

 

- Tra le gente cresce la voglia di ribellione?

 «Cresce. Non solo a livello di emozione, ma di consapevolezza. Però ancora non si traduce in dimensione operativa come a Pratobello negli anni Sessanta».

 

- Tutto questo negare ripetuto potrebbe portare alla lotta armata?

 «I tempi sono cambiati, non è più pensabile e non ce n’è bisogno. Si farà l’assemblea costituente. Prima o poi».



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