recensioni


20 dic 2009

Ciarabelli: la vivacità è una minaccia nel paese «in fricassea»



A Villatinferno, un borgo tra gli Appennini del centro Italia, il tempo si è fermato: persino «la guerra aveva dimenticato di passare di là». Vigilano pigramente sulla comunità un «sindaco-podestà» arruffone e preti che allungano le mani con le giovani. Al bar di Paolo di Pietralunga, ex delinquente che ha trovato rispettabilità, si raccoglie un popolo di anarchici (o similtali) che in quel «paese dal tempo in fricassea» si rifugia in una sorta di zona franca, dove si bighellona e si può partorire forse qualche idea. Nel bar sta tutto il giorno Cornelio Persico, un adolescente dal «viso aguzzo e lo sguardo di volpe in caccia», figlio di Ramiro, un emigrato in Argentina che è tornato al paese per dimenticare una ferita d' amore troppo forte. Cornelio, protagonista de Il paese dei Pescidoro (secondo romanzo di Luca Ciarabelli) frequenta il cinema e un giorno assiste a Via col vento. Ne è folgorato e inizia a sognare di tramutarlo in una commedia in cui coinvolgere qualche paesano. Dentro di sé Cornelio ha una «Vocevita» che lo stimola alla rivolta. Certo è che il ragazzo vuole rendersi la vita più attraente e non marcire nel conformismo di una piccola società assopita. Vestito alla «circense» con blue jeans e camicie dai «fiori allegri», con un sole nero tatuato sul braccio, Cornelio si dà da fare. Si rende conto che non è facile svegliare dal torpore la gente del borgo, ma non per questo demorde e finisce per cacciarsi nei guai. Il parroco vede nel suo progetto una concorrenza ai propri «spettacoli liturgici» e inveisce predicando dal pulpito contro quel «covo di paganesimo» che è il bar. La storia si complica perché Cornelio si incaponisce nel realizzare il suo sogno pur di portare una ventata d' aria fresca nel villaggio. Entrano in scena tanti personaggi, si intrecciano (e sovrappongono) le vicende. Ma Ciarabelli conosce bene l' arte di riuscire a catturare l' attenzione del lettore e portarla a spasso con il ritmo allegro della scrittura. Cornelio combatte contro «la temenza ignorante di chi ha paura delle diversità» e la «nullafacenza» di una comunità «in sonno»: diventa presto un sovversivo che è meglio classificare come pazzo e chiudere nel manicomio che si chiama «l' Albergo dei Pescidoro», dal nome di un' antica famiglia del luogo ormai estinta. Qui trova un' umanità fiaccata nel fisico ma fervida di idee, importa poco se strampalate. Qui tenta di mettere su il progetto di trasformare Via col vento in un poema da recitare. Accade il miracolo. «Quelli che sino allora si erano creduti chicchi d' orzo e avevano avuto paura d' essere beccati dagli uccelli, quelli che erano andati in giro con scopa e paletta per raccogliere le parole scappate loro di bocca... tutti, nel leggere chiare e a voce alta le battute del poema», si trasformano «perché felici di impersonare qualcuno di diverso da quel "loro stessi" che li aveva destinati a una vita di rifiuto». È una vittoria che Cornelio celebrerà in un finale a sorpresa contro la malvagità del cancro del potere.


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