recensioni


26 nov 2009

Nel paese dei pescidoro dove è labile il confine tra pazzia e normalità



«C'era una terza cosa simile alla poesia e alla pazzia, disse, la libertà. Vive oltre queste e per raggiungerla bisogna saper vedere il muro!» in questa frase c'è molto del secondo romanzo di Luca Ciarabelli, umbro d'origine e ravennate d'azione. Il paese dei Pescidoro è una storia che parla innanzitutto di libertà, intesa come libertà individuale, come capacità di smarcarsi dal gregge, di cercare la propria strada anche quando questa appare folle agli occhi degli altri. E c'è anche la follia, in questo libro, come nel sorprendente romanzo d'esordio Il bambino che fumava le prugne. La trama di per sé non costituisce il vero merito del libro. Questo non è un romanzo che ti tiene incollato e ti spinge a leggere il più in fretta possibile per sapere come va a finire. No, qui la pagina si lascia assapaorare, gustare piano piano, la lingua si srotola armoniosa e controllata, morbida e allo stesso tempo rigorosa per dar corpo a quello stile ironico, curato, dai chiari rimandi sudamericani, che Ciarabelli maneggia con mirabile padronanza. Del resto, le sue capacità stilistiche erano emerse con forza nella sua opera d'esordio dove addirittura aveva dato corpo a una lingua impregnata di romagnolo a dir poco appassionante. Nel Paese dei Pescidoro manca invece la connotazione regionale (del resto l'ambientazione non è più quella ravennate ma quella dell'Appennino) ma resta l'amore per la parola giusta al posto giusto, per la cadenza un po' canzonatoria, per quel mescolare alto e basso, popolare e forbito, amgico e realistico che sembra suggerire che chi scrive non si prende poi troppo sul serio, e consiglia di fare altrettanto a chi legge. Certo è impossibile prendere troppo sul serio Cornelio Persico e la sua "vocecita", la sua determinazione nell'allestire uno spettacolo teatrale tratto da Via col vento, ma seguiamo divertiti le sue vicende scoprendo, piano piano, che il "pittoresco" paese in cui vive può rivelarsi un'odiosa prigione. E le macchiette che lo abitano ne sono in realtà i guardiani, per quanto non sempre consapevoli. Cornelio rimarrà ostinatamente se stesso per tutto il libro, ma prenderà, e noi con lui, coscienza della gelatina vischiosa in cui può trasformarsi una piccola città, metafora forse di una società sempre più chiusa e conformista. La sensazione è quella di un personaggio che davvero esce dalla penna dell'autore per diventare autonomo e inventarsi il proprio destino. Insomma, un romanzo individualista, che mette al centro il singolo e il suo coraggio nel cercare la propria strada senza temere di distinguersi troppo dagli altri. Un po' come fa Ciarabelli scrittore: difficile inserirlo in una "scuola" o una tendenza, appare assolutamente sui generis e forse un po' solitario, ma sicuro della propria voce e della propria cifra stilistica. Ai lettori ravennati resta però una speranza: che prima o poi Ciarabelli torni allo spassoso italiano-dialetto, anzi dialetto italianizzato del precedente romanzo.


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