recensioni


3 mar 2010

Luca Ciarabelli: la scrittura è sofferenza



Ha le mani grandi, con la pelle screpolata. Non sembrano quelle di uno scrittore: le dita sono piuttosto simili a quelle di chi lavora il legno – un falegname – oppure a quelle di un fabbro o forse di un agricoltore. “Perché mi piace fare i lavori in casa: aggiustare mobili, tubi.” Luca Ciarabelli ha quasi quarant’anni e da poco pubblicato il suo secondo romanzo Il paese dei Pescidoro, edito da Il Maestrale. Una storia in cui il tempo non ha una sola dimensione. Né quello storico né quello dei personaggi del paese di Villatiferno in cui il racconto si svolge. Il ritmo dell’orologio ha un battito tutto suo, e l’evoluzione dei personaggi e quella degli anni hanno percorsi diversi. In tutto ciò risalta – tra le catene che il tempo ferma, anche soltanto in senso metaforico – il continuo desiderio di cambiare e soprattutto di crescere del protagonista. “Neppure a me piace il tempo in cui vivo.” Le mani di Ciarabelli appaiono calme: sono sicure della loro forza. Anche mentre toccano gli oggetti vicini – il bordo del tavolo o la pipa, che lui ogni tanto accende, ma che poi non fuma a lungo – mostrano il rispetto per le cose, come se lui ne conoscesse l’intimo valore. Non solo il loro prezzo, ma anche il significato e le necessità d’uso. La sua voce bassa ha un tono profondo in cui però sotto – nell’eco che lascia – sentiamo, leggero, il trillo argentino delle fate. “Ho cominciato a scrivere presto e poi non ho più smesso”. Ammira tanto Salvatore Niffoi e lo considera un po’ come il suo mentore. “Eppure non ho un rapporto gioioso con la scrittura. Per me è sofferenza.” Quando si siede al computer deve essere da solo. “Poiché da poco più di un anno vivo insieme con la mia compagna e suo figlio non è sempre facile restare solo… Allora mi faccio prestare la casa da qualche amico oppure torno in Umbria, a Città di Castello, a casa dei miei genitori.” Lui ora abita a Ravenna. “Quando non lavoro scopro la mia città. Che è così bella... A volte mi chiudo in biblioteca. Soprattutto leggo. Io non posseggo nulla: il mio grande avere sono i libri. Ne ho più di millecinquecento, tutti con me.” Oppure quando non scrive svolge altri mestieri, per vivere: “Tutte occupazioni in cui non devo impegnare la mente, che è già piena di parole e pensieri su altri romanzi.” Gli piace anche il gioco d’azzardo. “Scommetto sul poker: non gioco a carte. Scommetto e basta.” Oppure si occupa di traduzioni dallo spagnolo, una lingua che conosce benissimo. “Mi piace la cultura dei paesi latini. Soprattutto il diverso spirito che molte popolazioni sudamericane hanno nella vita; diverso rispetto al nostro. Vivono forse in maniera più primitiva ma sicuramente più sana.” Ci guarda sorridendo, il suo viso appare privo di ombre non solo perché intorno a noi c’è molta luce, c’è il sole, ma soprattutto perché lui sembra dire sempre la verità. “ La famiglia in cui credo non ha legami di sangue e le persone importanti della mia vita le ho incontrate un poco alla volta. Quando le ho conosciute è stato subito chiaro che saremmo stati insieme per sempre.” Abbassa un poco la testa e continua: “Non ho molti amici… forse soltanto uno… E la mia compagna… però mi reputo così fortunato in questi mie rapporti d’amore che mi dico spesso che forse non avrò la stessa fortuna nella letteratura: dalla vita ho già avuto il massimo in qualcos’altro.” Quando alza di nuovo la testa il suo sorriso brilla di una leggera malizia: sembra che questa sia più che altro un’altra scommessa, non una rassegnazione. Luca Ciarabelli scrive bene: Cornelio – il protagonista del suo ultimo romanzo – è un’indomita figura originale. La sua testa brulica di idee. Come quella di uno scrittore. “Il nuovo libro è invece tutto incentrato sul linguaggio, sulla sperimentazione linguistica e il dialetto, in un certo senso…” Ma avvertiamo – da come lascia sospesa la frase – che questo è solo un aspetto dell’opera che sta componendo; che poi tutta la storia – scendendo dalle colline della sua mente – ci farà un agguato, per sorprenderci. “Adoro il sole che vive dentro Paola, la mia compagna. Lei è sempre di buon umore.” Fa l’educatrice professionale e Ciarabelli l’ha conosciuta durante una delle sue tante occupazioni lavorative. “Mentre parlavamo mi disse che esiste solo una cosa più bella di leggere, ed è far l’amore. Potevo non innamorarmene?” Gli piacciono anche i suoi capelli biondi. “Soprattutto mi piace la luce che le riempie gli occhi: li allarga, è come quella che entra in camera a mezzogiorno, dalle finestre sul mare.” In passato lui è stato molto geloso e morboso. “Forse per questo i miei rapporti finivano male. Sono convinto che sia sempre stata colpa mia.” Resta un poco in silenzio “Consideravo tradimento anche solo il pensiero di un tradimento.” Lui è severo ma sereno. Meno verso la cultura: “ Non può esistere solo l’intrattenimento. Se in un Paese si vendono solo i libri futili vuol dire che è il sistema ad essere superficiale. Se la letteratura descrive sciocchezze vuol dire che noi siamo attualmente fatti solo di sciocchezze.” La sua critica però non è solo distruttiva. Lui sa che è possibile scrivere, leggere e comprare altro. Luca Ciarabelli ha le spalle grandi - come quelle di chi è abituato a vivere all’aria aperta, a correre – e non sembra essere mai vicino alla resa. Come coloro che hanno conosciuto le sconfitte ha imparato a sopportarne il peso e anche a rialzarsi nuovamente da terra. Per ascoltare la voce incantatrice delle nuove possibilità, della possibile nuova gioia. Una ricerca che svolge da una barca immaginaria, tra le sirene che per lui cantano le storie che trascriverà. “Mi sono sempre piaciute le donne, non le ragazze. Le donne che hanno più di quarant’anni sono più interessanti. Il loro fascino è pieno di promesse…” Eppure la sua concentrazione sembra essere nell’immaginario: non più i mostri della gelosia, ma le torri da cui lanciare le bandiere colorate dell’immaginazione. “La paternità invece non mi attira. Il figlio della mia compagna ha con me un buon rapporto, anche di dialogo e confidenza… ma ha suo padre. Ed io non credo che potrei riuscire a diventarlo.” Il tono della sua voce cresce, mentre lo dice, e soprattutto è forte quando afferma: “Sono sempre così passionale. Non riesco a controllarmi.” Così, come Ulisse, ascolta le sirene legato da funi pesanti. Poi però traduce il loro canto per noi.


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