recensioni


20 mar 2005

Liriche a voce alta dalla Sardegna di fine Ottocento



Qualcuno ha detto che «la Sardegna è un Continente», e io aggiungo inesplorato. Sempre troppo poco si conosce della letteratura sarda contemporanea e ancora meno del suo passato. Ho ricevuto dalle Edizioni Il Maestrale di Nuoro due libri dedicati a Peppino Mereu e a Pascale Dessanai, e subito m’è venuta alla mente la sorte di quello stupendo poeta e narratore che era Benvenuto Lobina del quale parlai su questo giornale anni fa. Peppino Mereu nacque a Tonara in Barbagia nel 1872. Nel 1899 esce a Cagliari il volume delle sue Poesias. Muore due anni dopo a Tonara, a soli 29 anni. Dice Giancarlo Porcu, che ha curato la raccolta: «Lo spettro delle qualità stilistiche ed estetiche di Mereu appare molto ampio: ultimo poeta di una plurisecolare tradizione in lingua sarda ma proiettato nel Novecento», e ancora: «È qui in gioco una concezione piuttosto artigianale del poetare per cui il valore artistico si misura intanto nel saper assecondare l’ottava […]». E la poesia di Mereu è infatti tutta nella sua musicalità orale che gli serve per disegnare personaggi e costumi del paese, con non rare puntate di protesta sociale e politica. «Omine venale, tristu e vile, / de cantos peccados as essere reu, / tue giughes de Giudas su fachile», scrive di un personaggio, e di un venditore ambulante tratteggia rapidamente la sorte: «Sempre ramingo senza mai sostare, / di paese in paese vai dolorando / e dove passi gridi tutto il giorno». La parola ritrovata è invece il libro che lo stesso Giancarlo Porcu ha dedicato a Pascale Dessanai. Così lo descriveva il giornalista Stanis Manca, in alcune righe che il curatore presenta in apertura della biografia. «E stavamo infatti per varcare la soglia della taverna, quando un misterioso personaggio, sbucando da un violetto vicino, si appressò a noi, accolto subito con viva gioia dagli amici, e salutato con il lusinghiero appellativo di “poeta”. Era costui un giovinetto imberbe, alto, magro, di una magrezza fenomenale, con mento aguzzo, poveramente vestito, in occhiali, e con un cappello di paglia ripiegato sulla fronte». Commenta il critico: «Così come all’improvviso sbuca da quel violetto in un assolato pomeriggio nuorese… Dessanai scompare dalla storia». Nato a Nuoro nel 1868 da Luigi Sanna, non si sa nemmeno l’origine del cognome Dessanai con cui si firmava. La prima notizia sicura è la pubblicazione di Néulas, liriche in logudorese. Esercita la professione di scrivano e muore a Uras nel 1919. Molto indicativi della sua vita e dell’oblio in cui è caduto sono alcuni versi di una sua poesia: «I raggi del sole dissipare / vi dovranno di certo, amate nebbie, / e sparirete inosservate / poiché non vi è ombra che possa salvarvi. / Confuse nell’aria camminerete, / nebbie mie, non curate.» La sua è una poesia molto diversa da quella di Mereu, ed è fondata sull’esperienza interiore del poeta, sia in rapporto alla natura che agli uomini, e l’amore vi ha un luogo fondamentale, non mancando le punte protestatorie e di ribellione politica. In lui si risentono certamente le influenze dei poeti come Carducci, Leopardi, Stecchetti, ma ci sono poesie come Cherrende o Torrau che rivelano un talento del tutto originale in un tessuto musicale sempre considerevole, come del resto nel poemetto in prosa Cantigos de su coro.


←Indietro

top