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"Il libro che avrei voluto scrivere io"
A questo punto, sempre per sfatare l’idea di una combine prevedibile, ha sottoposto Francesco Abate a un impietoso fuoco di domande, davanti alle quali l’altro annaspava tentando di dissimulare l’imbarazzo con malcelata disinvoltura: «Dj, giornalista, scrittore. Non le sembra di esagerare? Riassuma la trama in venti secondi. E’ un romanzo che sfugge al genere ma c’è un giallo? Perché un romanzo sul calcio? Tre libri, tre protagonisti diversi, tre mostri: è un progetto di scrittura? Perché il giornalismo rispunta sempre? Il romanzo è scritto a pezzetti, si è messo a sperimentare?». Abate spiega di aver scelto il calcio come luogo emblematico di quella sfida esasperata tra corpo e mente incarnata da Vanni, l’adolescente protagonista; il malinconico personaggio del libraio Rocca è la coscienza di una città borghese e un po’ carogna; il giornalismo poi, in quanto mestiere difficile, genera angosce da stigmatizzare, mentre uno stile sperimentale, dietro l’apparenza di romanzo di formazione, ci consegna un adolescente che crolla a pezzi, capitolo dopo capitolo. Prima di lasciare il palco Carlotto ha espresso parole di stima per l’editor di Maestrale, Giancarlo Porcu, in quanto «svolge un lavoro misconosciuto ma di altissimo profilo». E poiché, in ultima analisi, le parole chiedono d’essere ascoltate, le storie d’essere raccontate, le letture di Giacomo Casti e il trio di musicisti composto da Luca Fadda (tromba), Stefano Rachel (piano) e Alex Pintus (elaborazioni elettroniche) hanno dato voce e atmosfere da sogno alle sfide letterarie di Vanni, ai rumori del mare, ai percorsi obbligati dei filobus, creando un effetto ipnotico eppure straniato. Quasi un film sonoro dove i ricordi iniziano a sciogliersi per l’Ultima di campionato.
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