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Recensione su
Demetrio Paolin Il Corriere del Mezzogiorno
De Luca e la «rettitudine» del carceriere di Moro
«Caro Prospero, ho letto volentieri la tua storia perché tu sei una persona da ascoltare. Malgrado il tuo continuo richiamo a una ragione politica, credo che le tue scelte siano dipese da una tua rettitudine, da una misura che per unità di peso il palmo di una mano». A chi è rivolta questa lettera che sta in forma d'introduzione e soprattutto chi è che l'ha scritta? Il nome Prospero fa subito pensare al protagonista della Tempesta di Shakespeare. Ma qui il Prospero che ha scelto «per rettitudine» è uno dei carcerieri di Moro, ovvero Prospero Gallinari, membro autorevole di quella colonna romana che si affaccerà con le mitragliette a via Fani, il fatidico 16 marzo 1978. Per la cronaca Gallinari vive oggi a Reggio Emilia in stato di semi-libertà , dopo una condanna a tre ergastoli. Ma chi firma la lettera-introduzione? A farlo è Erri De Luca, l'autore di Montedidio. Ciò in un memoriale di Gallinari uscito tre anni fa da Bompiani: Un contadino nella metropoli. La posizione dello scrittore napoletano, «innocentista», «perdonista» «giustificazionista» è uno degli snodi dell'intenso libro che Demetrio Paolin ha dedicato alla letteratura del terrorismo (Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, con una introduzione di Filippo La Porta, Il Maestrale, che chi scrive presenterà oggi alle 18 con Valerio Lucarelli, alla fnac di Napoli). Ma sentiamo ancora De Luca in uno scorcio di Una storia di strada citato da Paolin: «Quella era la parte migliore della gioventù di questo paese, dal dopoguerra in avanti. La parte migliore: compresa quella che è andata in malora con il terrorismo e l'eroina. La peggiore è rimasta a casa in quegli anni, la pessima è sugli schermi». Dunque, in una visione manichea dell'agire, su un versante sono coloro che inseguirono un ideale di giustizia sociale con la P38 in mano, spesso fumante, sul versante opposto i «peggiori» e i «pessimi», ovvero coloro che si tennero al riparo dagli eventi, per quieto vivere o per smania di una carriera borghese o per convenienza politica, a cominciare dagli odiati «revisionisti».
«Questo tema dell'essere comunque la parte migliore di quella generazione» scrive Paolin, «è un altro luogo comune dei romanzi e delle memorie dei protagonisti di quegli anni». Di qui la caterva di opere sul terrorismo uscite in questo inizio di millennio, nella maggior parte delle quali c'è uno sguardo che sfiora la tragedia, ma tenendosi ben lontano dall'abisso, nel senso che l'affabulazione romanzesca è più portata a raccontare le gesta (l'iniziazione, le peripezie della clandestinità , le azioni di guerriglia o di guerra spesso finite nel sangue) che il tragico morire delle vittime innocenti, da quelle della finzione a quelle della realtà . «Non dare al nemico un carattere di verità e di realtà , non riconoscerlo come tale, cioè come un avversario in guerra, è la pecca maggiore di questi libri. Il nemico rimane incognito. L'unica narrazione ammessa è quella della violenza che si subisce, l'altra – quella che si fa, che si compie contro gli altri – è indicibile, perché paradossalmente, finirebbe per disinnescare l'intento più profondo di queste storie». Intento che è quello di alleggerire la colpa (l'avere ucciso) o addirittura donarle una caratura morale (la vittima era «oggettivamente» un nemico «di classe», che come tale andava eliminato anche se la decisione poteva essere «sofferta»).
La Renault rossa di via Caetani è forse il momento più alto della tragedia degli anni '70, «ma i romanzi sull'omicidio di Moro si rittragono davanti al cadavere dello statista», con la sola eccezione del gran libro di Leonardo Sciascia L'affaire Moro («Sciascia scrive una tragedia, l'unica – lucida e profonda – che la letteratura italiana contemporanea contempli»). Anche Marco Bellocchio si ritrae davanti al corpo dello statista. Nel film Buongiorno, notte, il regista compie infatti «L'ultima e artificiosa rimozione del nemico» mostrando il protagonista che esce dal carcere e cammina libero nelle strade di Roma.
Sergio Lambiase
   
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