Alberto Masala «La Nuova Sardegna»
Se lingua e forma segnano il percorso dell'identità
Il Maestrale pubblica i versi di un poeta amato negli Stati Uniti, in Francia e in Germania e ignorato in Italia
Il libro, la raccolta di poesie di Alberto Masala, si intitola Alfabeto di Strade (e altre vite). Credo che per parlarne adeguatamente, per quanto si possa tentare di parlare adeguatamente di un poeta, occorra partire proprio da quel sottotitolo. Altre vite sono infatti quanto viene rappresentato in questa antologica davvero eccezionale che il Maestrale ha deciso di dare alle stampe (per la cura di Giancarlo Porcu). Una scelta anacronistica considerato che la poesia si pubblica poco e per lo più a pagamento. Ma anche una scelta dovuta, considerato che, come nella migliore tradizione delle nostre patrie lettere, e per patrie intendo sarde, Alberto Masala è un poeta acclarato ovunque nel mondo, ma, se si escludono gli ambienti più informati, assolutamente sconosciuto a casa sua. Compagno di viaggio di poeti e poesia altissima oltreoceano: Ferlinghetti, Hirschman, Corso, considerato dai francesi e dai tedeschi l'esponente più accreditato della poesia italiana contemporanea, questo giovanotto di sessant'anni, defilato, ma non umbratile, maldestro e disarmonico come lo sono gli adolescenti, è definitivamente sardo e non solo dal punto di vista anagrafico. Erano anni che chi gli stava vicino insisteva perché pubblicasse in una raccolta che desse conto di un percorso poetico trentennale o più, ma lui, promotore assolutamente inadeguato di se stesso come spesso sono le persone di genio, ha sempre temuto che nel pubblicare fosse contenuto una sorta di peccato di vanità che, a suo dire, i poeti non dovrebbero avere, o che, meglio, hanno fin troppo anche quando non sarebbe proprio il caso. Ecco per quanto riguarda Alberto Masala, da Ozieri, è assolutamente il caso. Alfabeto di strade è uno scrigno di sorprese e un territorio di raffinatezze senza sussiego. Se dovessi pensare alle radici su cui si innerva questa raccolta direi: semplicità e sobrietà. Quelle qualità, cioè, che in scrittura significano affrontare il problema de visu. Viviamo in un paese che millanta di essere nutrito e corroborato dalla poesia e troppo spesso confonde la canzonetta col far versi. Ora, senza disconoscere il peso sociale della canzonetta, sarebbe il caso di riportare le parole all'interno del loro significato primo. Il risultato della grande poesia è sempre stato quello di produrre sintesi e di rendere semplice l'immensamente complicato. Grazie al lavoro dei poeti, persino i narratori possono definirsi tali in quanto riescono a sfruttare i risultati di quel training che le parole, grazie a quei raffinati operai, hanno potuto fare. Alfabeto di Strade è un libro feticcio. Spiega come si possa avere una visione contemporaneamente fuori e dentro le cose, e spiega quanto potente possa essere un'identità compresa e assimilata contro un'identità malamente rimasticata. Masala è uno che in questo senso si schermisce, si dimostra interessato al mondo, ma non riesce ad ignorare che dentro questo mondo esiste un territorio, un nucleo febbrile, originario, dal quale si proviene senza rimedio. Leggete i versi in italiano e poi, senza soluzione di continuità, quelli in sardo: capirete cosa intendo. Ecco, attraverso la poesia si sostanzia con semplicità qualcosa che non si è riusciti a chiarire abbastanza nei vari dibattiti sulla reale o presunta nouvelle vague della scrittura in Sardegna. Uno legge Masala dalle prime esperienze autorizzate, ai poemetti compiuti, alle rime per il tenore, agli esiti recenti del Condominio, e capisce che tutto era scritto. Capisce per esempio che la potenza, ma anche la debolezza, di questa generazione lanciatissima, e contesissima dal mercato editoriale attuale, di scrittori sardi sta sempre nell'armonia con cui la lingua riesce a fare i conti con la sua matrice. Per i poeti veri come Alberto Masala e quindi per i vessilliferi di questa battaglia non dichiarata, ma intestina, tra la forma e il linguaggio il punto non è mai di far assomigliare la propria scrittura a modelli più o meno assimilati, ma di assomigliare in tutto alla propria scrittura considerata nella propria genetica. Il resto è provincialismo e, in qualche modo, un'ammissione di sconfitta. In questo impegno quotidiano per la vittoria del poeta come voce, che si porta addosso le parole, che le genera dall'interno per necessità genetica, contro l'immagine del poeta come privilegiato indossatore di concetti banalizzati, e ruffianeschi, moralisti, ma griffati, consiste l'attenzione, e forse la titubanza, di Alberto Masala riguardo all'ipotesi, prospettatagli dal Maestrale, di pubblicare, finalmente, un'antologica della sua opera. C'è chi si dichiara poeta e chi, suo malgrado, è poeta. Albè, fattene una ragione.
Marcello Fois